Rassegna storica del Risorgimento
1860-1863 ; CHIERICI GAETANO ; CLERO
anno
<
1961
>
pagina
<
277
>
Gaetano Chierici e il clero nazionale (1860-1863) 277
trava anche nello squallore del culto, nella diffidenza che separa le greggie dai pastori, nell'ìndillerentismo che a poco a poco come gelo di morte invade gli animi e intiepidisce le coscienze .
Da tali premesse scaturiva la sua conclusione che il principato politico sia per il Papa vincolo ed inciampo non guarentigia ed aiuto alla libertà del magistero ecclesiastico .
D'altra parte nelle ragioni addotte dai Vescovi nella loro protesta rivolta al Papa egli non trovava nessun accenno al testo rivelato a giustificazione dell'est* stenza dello Stato della Chiesa, mentre l'unità nazionale d'un popolo è un diritto naturale, essendo naturalmente ordinata la società politica ad integrarsi nella nazione per quella comunanza di elementi sociali onde i membri della stessa nazione sono in modo particolare disposti a concertarsi nel civile consorzio . L'attuazione dell'unità nazionale può essere differita, dipendendo dal progresso della civiltà, ma non impedita. E Iddio stesso, se alla stabilità della Chiesa fosse stato necessario il grande sacrifìcio della società civile, glielo avrebbe certamente assicurato coll'autoxità ineluttabile della sua parola .
Analoghi concetti il Chierici aveva abbozzato in una prima lettera a don Carlo Passaglia sulla fine del 1861, dopo avere letto l'opuscolo di questi Pro causa italica.1) Mosso da quello che definiva lume di verità , egli non esitava a dichiararsi completamente consenziente con le tesi sostenute dal Passaglia e ribadiva la sua convinzione della inattualità del potere temporale. So scriveva mettendo l'accento sulla lacerazione di coscienza di tanti sacerdoti e rivelando la propria interna esasperazione che molti rispettabili ecclesiastici del mio paese meco s'accordano unanimemente nella medesima sentenza, e non intendo di provocarli a palesarsi, che ognuno dee semplicemente seguire la propria coscienza; ma se manterranno il silenzio, i seminatori di zizzanie non se li credano perciò consenzienti al funesto zelo di un partito che in onta all'universalità della chiesa si vuol chiamare cattolico. No, no: essi gemono sui donimi della religione, trascinata da costoro nelle irose contese della politica; essi pregano Dio che dissipi le tenebre da loro contìnuamente soffiate in su gli occhi de' Pastori, perchè non discernano i veri pericoli delle loro greggie: essi ora gridano meco dall'animo al Vicario di G. C: Domine, salva nos, perimus . E terminava con un'appassionata invocazione alla pace, rivolta a Pio IX: Una parola di pace, Beatissimo Padre, una parola di pace, o questo popolo da voi prediletto perchè a voi più vicino può andare perduto. Deh! beneditelo un'altra volta, e subitamente sedata la procella le genti ammirate della grandezza della vostra podestà, che potea sembrare depressa, esclameranno con riverenza: Chi è costui, alla voce del quale il mondo si commuove e si acquieta. Quis est Lio quia venti et mare oboediunt ei? A che Dio clementissimo riconduca presto la serenità su la Chieda e su l'Italia, e in questa terra, dove all'amore della patria è naturalmente congiunto quello della religione, la fede e la civiltà rifioriranno e andranno dispersi i folli voti di coloro i quali con animo diverso ma egualmente illusi o maligni vanno predicando non avere l'Italia altro scampo che la miscredenza o 1 servaggio.
]) B. M. B., Ibidem, minuta di lettera, priva di data e recante l'intestazione Al M. B. D. Carlo Passaglia; riportata anche dal N. CAMPANINI, qp* cu., pp. LXV-LXVIII. Qui si legge (p. LXV) che la lettera, inviata tramite l'editore Le Mounier, non pervenne mai al Passaglia.