Rassegna storica del Risorgimento
BIBLIOTECHE ; FALZACAPPA RUGGIERO (FONDO)
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1961
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Libri e periodici
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come una furia cieca e incontrollabile . Nessuna rivoluzione dunque. E tanto meno da volontà rivoluzionaria fu animato durante il suo breve periodo di vita il governo, poiché non ebbe mai un programma chiaro e non presentò mai proposte di provvedimenti legislativi che avessero ispirazioni innovatrici. Tutto a Parma si svolse all'insegna del contingente, e tutte le misure furono prese di giorno per giorno solo se richieste dalle necessità del momento. Nò è esatto dire che il governo provvisorio non agi por conto di Maria Luigia, perchè nelle sue provvidenze non mancò mai il richiamo della sua fonte legittima, cioè del Consesso civico di nomina ducale, di cui esso si considerava il rappresentante. Più complessa la situazione a Parma nel *48, perchè vi si ebbe una successione di organi (dall'inizio della Suprema Reggenza del 20 marzo sino al 5 aprile, giorno in coi il maresciallo D'Aspre assunse i poteri della città), la cui caratterizzazione giuridica, come dimostra il Pecorella, non fu sempre precisa. Sulla legittimità della Suprema Reggenza non vi son dubbi: la sua azione si dimostrò sempre aderente alle linee generali dell'ordinamento parmense; e neanco si posson ritenere illegittime le dichiarazioni filo-italiane, perchè dichiarazioni consimili non son mancate neppure da parte del Sovrano. Imprecisa fu invece la costituzione del nuovo governo provvisorio sia riguardo al Sovrano, Carlo II, sia riguardo al Consesso civico, poiché non si ebbe mai un'espressa dichiarazione di decadenza dei Borboni né si emanarono mai atti che implicassero senza equivoci l'esclusione della loro sovranità su Parma. Lo Stato borbonico era finito (in verità lo fu solo temporaneamente), ma non per cedere il posto ad un'altra monarchia (e ciò va messo in evidenza): anzi, per il pericolo che non si cadesse in un regime democratico, si tennero ferme tutte le strutture del precedente regime e ci si astenne da qualsiasi riforma che potesse creare difficoltà al governo piemontese con il quale si deliberò frettolosamente la razione senza riflettere convenientemente ai mezzi con cui attuarla. Si ebbe così un governo, la cui legittimità, secondo l'assennato giudizio dell*A., non aveva un fondamento univoco.
Il decennio della seconda restaurazione dei Borboni fu per Parma un periodo di pace provvisoria, poiché, come è noto, dal 26 marzo del '54 sino al marzo del '56 si susseguirono vari attentati, i quali potettero aver facilmente luogo per la tradizionale bonomia, a detta del Pecorella, della Casa regnante; tant'è che la massima pena inflitta anche per i fatti pia gravi (quali l'oltraggio al Sovrano, all'esercito e al governo e il rifiuto di obbedienza alle forze armate) consistette al massimo in quella del bastone. Inesatto è, poi, che si debba attribuire, come si è fatto e si fa tuttora dagli storici, alla setta mazziniana quanto di sgradevole c'era in queste aggressioni sovente immoti vate e non è punto vero che a Panna sia regnato in quegli anni il terrore. L'unica manifestazione di un piano studiato e preordinato fu la rivolta del '54, la quale per altro falli (caso indubbiamente strano) per l'eccessiva loquacità dei congiurati. Anche su Carlo IH si son accumulate le accuse, anzi si è ormai formata una tradizione che depone a totale suo sfavore. Pure nell'interpretazione delle sue azioni si è caduti talvolta in contraddizioni grossolane, poiché vi è chi ha sentenziato che egli fosse un feroce reazionario e chi, all'opposto, di aver fatto una politica filocontadina allo scopo di aizzare i rurali contro i padroni. Per giudicare coscienziosamente di lui (e mi par dica assai giusto l'A.) convien tenere conto sovra ogni cosa ch'egli fu un militare e che non ebbe altra mira che quella della strategia, e furono pertanto a lui estranei tutti i fini politici e sociali.
II governo della Reggente subentrato olla morte di Carlo III, benché abbia cercato di apportare riforme, mancò dì ogni slancio vitale e di ogni volontà di resistenza; e invero bastò che alcuni ufficiali presentassero alla Reggente una petizione onde si uscisse dalla neutralità perché essa abbandonasse gli Stati, nominando i ministri in carica in Commissione di Governo . Ma sia allora sia il 9 giugno, quando, per lo seconda volta, dopo la battaglia di Magenta, Io sgombero delle truppe austriache da Piacenza e l'ingresso in Milano di Vittorio Emanuele e di Napoleone, la Duchessa dovette nuovamente lasciare i Ducati, non ci fu spargimento di Bangue e perciò non ci fu rivoluzione. Ma la rivoluzione in senso giuridico (all'erma l'A.) avvenne (e fu da ben pochi avvertita) quando, partita per sempre la Reggente, il Municipio, che era di nomina ducale e ohe perciò si considerava