Rassegna storica del Risorgimento
BIBLIOTECHE ; FALZACAPPA RUGGIERO (FONDO)
anno
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1961
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pagina
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327
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Libri e periodici
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mondo attorno a lui camminava verso un'era di libertà e di progresso civile, oltre le tradizioni storiche della dinastia lorenese. Perciò lo Statuto fu accolto da lui, come abbiam visto, piuttosto a malincuore, ma fu, comunque, inteso unicamente come naturale svolgimento delle leggi leopoldine, le quali però, d'allora in poi, dovevano segnare un punto férmo. Nel '52, quando il Granduca si intestò, particolarmente perchè sollecitato dal governo di Roma, dai preti e dai granduchisti che gli erano ancora rimasti fedeli, a voler abrogare
10 Statuto, egli si oppose fieramente, senza per altro, è noto, riuscire nell'intento. Ma la sua opposizione fu sovrattutto dovuta, se non erro, a due motivi: primo, perchè gli articoli del titolo I, che furono (come scrive egli stesso) singolare subietto d'una discussione che prese allora larghissime proporzioni , non facevano in verità che riconoscere un diritto che già esisteva prima del '48 e che pertanto doveva essere assolutamente conservato; secondariamente (cosi io penso), perchè il suo Sovrano abrogando Io Statato violava la parola solennemente data al suo popolo, fi che a lui, che aveva del Cristianesimo una concezione rigidissima, e che era stato da giovane ammaestrato nel collegio di Pistoia, come c'informa il Mori, dall'abate Soldati, allievo del giansenista Calieri, doveva parere un atto deplorevole. Dopo aver sostenuto, ma invano, una dura lotta per più mesi, si dimise e diede indubbiamente un Bel esempio di coraggio; ma non ebbe altrettanto coraggio di rinunziare, dati i tempi assai difficili, definitivamente al suo mandato e riprese il potere commettendo un errore che fu gravido di conseguenze funeste. Si scusò dicendo che egli era fermamente convinto che il Granduca avesse agito in buona fede . Non voglio per nulla credere che egli mentisse, come neanco mi paiono giusti i giudizi, dati in quel frangente, dagli avversari, di eccessivamente ambizioso o di opportunista o, peggio, di mac-chiavellico. Piuttosto mi par di essere nel vero dichiarando che egli, anche volendo, non seppe mai né allora né poi distaccarsi dal suo Principe, cui era stréttamente legato per antica tradizione familiare, tanto che continuò sempre a ritenerlo buono, senza fiele o rancore peso-naie anche quando Leopoldo, dimesso il suo abituale comportamento benevolo e fattosi compiutamente retrogrado, cominciò a trattarlo come figura di secondo piano preferendogli il Landucci o i BUOÌ confessori E cosi il Nostro, che nei primi anni della restaurazione fu attorniato dalla simpatia dei moderati e in particolare (e si comprende) della Francia, che lo considerava come l'ultimo difensore della libertà in Toscana (cosi scriveva, con evidente esagerazione, il diplomatico francese accreditato a Firenze al suo ministro degli esteri) venne a mano a mano perdendo di estimazione presso tutte le classi sociali, persino presso la Corte, per l'appunto per l'esagerata sua servilità verso il Sovrano.
Comunque, se al Baldasseroni spetta il merito indiscusso di numerose provvidenze particolarmente economico-finanziarie, si deve per altro convenire che egli non fu per nulla provveduto della tempra di nomo di Stato. Non avendo quasi mai gettato uno sguardo al di là delle frontiere della sua Toscana e non curandosi punto del moto nuovo d'idee che si andava allora agitanto in Italia e in Europa, anzi forse ignorandolo, ancora, nel '58, quando già la Società Nazionale stava lavorando attivamente nel suo paese d'accordo con i mazziniani moderati, egli si illudeva ohe la pubblica quiete sarebbe Continuata a rimanervi inalterata , così l'anno di poi, inaspettatamente, anzi con spaventosa sua sorpresa (come scrisse a Parigi il diplomatico della Legazione francese, il Le Vaycr) perchè
11 per 11 temette di essere perseguitato e di venir privato del diritto alla pensione, anche Ini fu travolto assieme con la monarchia. MAHINO CIRAVEGNA
RENATO EUGENIO RIGHI, Sulla via della unificazione italiana La lega militare 185960 Bologna, Tamari, 1959 in 8, pp. 214. L. 1800.
Si tratta di un denso ed interessante volumetto il quale, pur partendo da un ambito visuale abbastanza circoscritto e talora municipale (Bologna) e nonostante un intento celebrativo o addirittura apologetico noi confronti di un determinato personaggio, individuato fili troppo scopertamente (Manfredo Fanti), riesce a conseguire risultati ragguar-
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