Rassegna storica del Risorgimento

BIBLIOTECHE ; FALZACAPPA RUGGIERO (FONDO)
anno <1961>   pagina <334>
immagine non disponibile

Libri e periodici
La prima e più grave contraddizione della politica scolastica dei governi moderati scaturiva dal modo con cui la classe dirigente si collocava di fronte ad indifferibili problemi sociali (nel 1861, ad esempio, l'analfabetismo in Italia raggiungeva la cifra del 78 ) nello stesso momento in cui essa era indirizzata alla ricerca di formule politiche che pos­siamo affermarlo sulla base dei risultati raggiunti non conducessero alle estreme con­seguenze gli stessi ideali liberali col cominciare ad incidere su quella struttura economico-sociale del Paese che aveva permesso, per restare nell'ambito della scuola, un numero così spaventoso di analfabeti. Una politica scolastica scrìve appunto il Talamo organi­camente e sistematicamente volta alla formazione di una scuola rinnovata presupponeva una classe polìtica che volesse mutare dal profondo le strutture del nuovo organismo statale, e non una classe chiamata storicamente ad assolvere la doppia, contrastante fun­zione di rinnovare e conservare insieme (p. 67).
Diremo ancora che l'essersi trovata la nostra scuola nel mezzo delle polemiche tra accentratori e decentratori costituì una perdita di energie e di tempo preziosi facendo talvolta deteriorare anche le stesse cariche ideali che erano l'insostituibile lievito del rinnovamento scolastico. II Talamo, in una viva analisi, delinca chiaramente i termini e gli sviluppi di quelle polemiche e di quei contrastanti orientamenti da cui poi discen­devano le direttive e i programmi; si passava così dall'indirizzo decentratore del Mamiani a quello contrario di Mattencci e spesso, lungo il cammino, si perdeva di vista il futuro della scuola e la sua stessa funzione fino ad arrivare alle assurdità di un Settembrini che nella furia autonomistica proclamava che lo Stato non deve insegnare come non deve vendere, comperare e trafficare , che l'unico insegnamento libero era soltanto l'inse­gnamento privato e che occorreva lasciare che i municipi, le provincia e i privati facessero da sé ; concetti certo molto brillanti riferiti come erano ad un paese in cui due terzi della classe magistrale era costituita da ecclesiastici; esisteva il ricordato 78 di analfabeti; mancavano generalmente aule o scuole; i bilanci comunali non potevano certo permettersi il lusso di costruire e gestire scuole ecc. C'è da chiedersi quindi cosa sarebbe avvenuto in Italia se Luigi Settembrini, che non era degli ultimi, avesse avuto il dicastero della Pubblica Istruzione... E non è inopportuno di""""?!i a simili episodi suggerire un ridimensionamento del giudizio di coloro che attribuiscono al mancato decentramento dello Stato italiano gran parte delle deficienze dell'Italia odierna: è necessario abbandonare scrive in proposito il Talamo, e noi siamo pienamente d'accordo con lui un pregiudizio oltremodo diffuso secondo il quale il decentramento è una sorta di panacea capace di guarire ogni male (p. 38); di fronte a un problema così aggrovi­gliato' è proprio l'indagine accurata del vario configurarsi dei diversi settori della vita pubblica italiana nei primi anni dell'Unità che deve farci meditare su quelle categorie politiche, apparentemente moderne e progressiste che, ittico et immediate* potevano invece costituire un freno allo sviluppo del Paese. E ciò indipendentemente dalla constatazione che l'applicazione dei programmi politici sostanzialmente conservatori abbia in fondo nuociuto a quel medesimo sviluppo.
Quando, comunque, Francesco De Sanctis ebbe da Cavour, nel marzo 1861, il por­tafoglio della pubblica istruzione nel primo ministero del regno d'Italia, una ventata di rinnovamento passò sulla scuola italiana. Nell'opera svolta in un anno di mandato mini­steriale da Francesco De Sanctis si localizza il nodo storico della scuola italiana: una vinone dinamica e articolata dei problemi scolastici; la consapevolezza che la scuola do­vesse essere collocata al centro del processo unitario di avanzamento economico, sociale, politico e ideale del Paese; il riconoscimento di una necessaria indagine statistica sull'effet­tiva situazione della scuola in ogni regione d'Italia (e soprattutto nell'Italia meridionale), sono queste le tre componenti della politica scolastica di De Sanctis. E va precisato che egli ai accinse al lavoro senza alcun proposito rivoluzionario ; in realtà diffidava delle grandi riforme che isolavano la scuola da un contesto generale e che, per ciò stesso, erano destinate al fallimento, ma l'alternativa a quella diffidenza non crediamo che risiedesse in una sorta di empirismo politico come afferma il Talamo ohe gli suggeriva un gra­dualismo nei suoi progetti di riforma. L'audacia dei suoi propositi stava proprio nella
334