Rassegna storica del Risorgimento

BIBLIOTECHE ; FALZACAPPA RUGGIERO (FONDO)
anno <1961>   pagina <362>
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Vita dell'Istituto
bolognese e numerosi insegnanti degli Istituti cittadini. È intervenuta anche, con Lilla Lipparini, Libertà Carducci.
Ha presentato l'oratore il Presidente del Comitato, prof. Giovanni Spadolini. Dopo avere premesso che questo centenario ha un significato ed un valore fuori da ogni retorica celebrazione in quanto inducè a ripensare la storia vera di questi cento anni che corrono dall'unificazione ad oggi, cioè la storia dei contrasti e delle lotte, la storia delle passioni e non la storia delle statue e dei fantocci, il prof. Spadolini ha illustrato brevemente il tema del discorso celebrativo e lumeggiato la figura dell'oratore, ricordando anche come il primo libro del prof. Valseceli! sia stato dedicato a uno scrittore che ce alla memoria di Bologna è- sacro: Giosuè Carducci; ed ha concluso: L'ombra del poeta del solo, grande poeta in cui il Risorgimento sia vissuto come una religione ci accompagni nell'iniziare il secondo secolo della nostra storia di nazione unita: quel secolo che dovrà risolvere i problemi insoluti del nostro paese, e veder finalmente realizzato l'avvento di uno Stato moderno, libero e civile.
Ha preso quindi la parola il prof. Franco Valseceli che ha innanzi tutto illustrato la figura di Cavour, la sua chiamata al ministero d'Azeglio, il rapido carico, su di lui, di tutte le leve di comando della vita economica dello Stato piemontese. Nel ministero, il Cavour è attivissimo; ne diventa, anzi, in breve, la vera forza e provvede a crearsi una maggioranza con la manovra del connubio. Finalmente, nel '52, gli è offerto l'incarico. Fredda accoglienza, fredda offerta. Il re, afferma Valseceli!, non sa dissimulare lo sforzo che compie su se stesso, per obbedire a una necessità che gli è ingrata. La collabo­razione fra Vittorio Emanuele e Cavour ai inizia sotto il segno della necessità: una costri­zione, non una scelta. Si sentirà sempre a disagio, il re, dinanzi alla vigorosa, invadente, sconcertante personalità del suo primo ministro. Il sovrano vede in Cavour la perso­nificazione del regime parlamentare, al quale solo con difficoltà si adatta: egli ha accettato la costituzione, solo perchè si è reso conto che politica costituzionale e politica italiana, per la monarchia piemontese fanno una cosa sola, e che il ruolo che egli sogna, di guida, di " spada " d'Italia, è legato all'immagine di paladino della libertà. Ma non abdica, per questo, al principio d'autorità. Dal Parlamento, non intende lasciarsi prendere la mano; e tanto meno intende lasciarsi prendere la mano dai suoi ministri: anche quando si chia­mano Cavour. È qui il fondo del contrasto che divide Vittorio Emanuele e Cavour: l'urto di due volontà, di due temperamenti che non sono disposti a cederai Pun l'altro il passo. Proseguendo l'analisi, con fini ed acute osservazioni anche di carattere psicologico, che qui ci è impossibile riportare, l'oratore cosi riassume: Due compagni di strada; il legame di una consuetudine che si trasforma in un peso. Una concordia discorde: colla­boratori, e, a un tempo, rivali.
E questa traccia il prof. Valsecela ha ritrovato e rievocato nella preparazione e poi nel compimento dell'intervento in Crimea, nel cammino che porterà alla nuova alleanza, e più stretta, con Napoleone UT, olla guerra contro l'Austria, all'armistizio di Villafranca e all'allontanamento di Cavour. Sono anni costellati di contrasti nei quali i rapporti fra sovrano e primo miniatro si tendono fino quasi a spezzarsi. Ma vi è un legame, afferma Valsecchi, e che non si può spezzare fra di loro: l'opera comune di eoi si sentono ambedue artefici; con tutti i loro dissensi, il re e il ministro vengono come a integrarsi H vicenda. l'uno non può fare a meno dell'altro, nei momenti decisivi, i due antagonisti ritrovano il senso del comune destino.
U cammino, ha proseguito Valsecchi, a iniziato in quel lontano giorno di novem­bre del 1852, con l'ascesa al potere di Cavour, volge ormai alla fine; un lungo, un trava­gliato cammino; un tumultuoso e affascinante dramma, nel ritmo incalzante delle vicende, nel contrasto delle passioni, nel fervore delle speranze, nell'amarezza delle delusioni. Il gioco d'azzardo della Crimea, la sapiente politica di Plombières, i giorni gloriosi di Magenta e di Solferino, il triste epilogo di Villafranca... Poi l'Italia che si solleva, che ai impadronisce delle sue sorti, fino al giorno in cui il Parlamento vota la legge che fa di Vittorio Emanuele il re della penisola unita. A pochi mesi dalla proclamazione del regno, Cavour muore. L'oratore ha concluso con le parole del re: La morte del conte di Cavour