Rassegna storica del Risorgimento

ILLUMINISMO ; MILANO
anno <1961>   pagina <382>
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Donald A Limoli
convinti che le tasse si possono imporre solo sull'entrata e tenendo conto della capacità dell'individuo di pagarle, se non si vuole scoraggiare l'in­traprendenza. Il Verri voleva togliere ai contadini il peso delle tasse per incoraggiare lo sviluppo agricolo, e invocò molto caldamente l'abolizione della tassa sulla coltivazione e la riduzione delle tasse indirette.
Una innovazione che pure si riteneva necessaria era il libero scambio del grano. Il Verri, il Beccaria e il Carli erano, inoltre, favorevoli alla co­stituzione di un libero mercato interno, con l'eliminazione di tutte le bar­rière doganali: ciò avrebbe abbassato i prezzi, fatto crescere la richiesta, e di conseguenza agevolato il commercio e ancor più l'industria. Per sti­molare l'industria, i riformatori ritenevano che si dovessero assolutamente abolire i monopoli e le assistenze concesse dallo Stato, ed erano tutti in favore della libera concorrenza, ma tanto il Beccaria, quanto il Verri rite­nevano necessaria una tariffa protettiva se si voleva che l'industria lom­barda si sviluppasse. Inoltre il Verri, il Carli, il Parini e il Frisi pensavano che il Governo dovesse prendere parte attiva allo sviluppo dell'economia incoraggiando il progresso tecnologico, costruendo strade e canali e assi­stendo promettenti uomini d'affari nel loro tentativo di fondare nuove industrie.
I riformatori favorivano un Governo centralizzato e videro di buon occhio, almeno fino ad un certo punto, il processo di centralizzazione ope­rato da Maria Teresa e da Giuseppe II. Con la abolizione della tassa sulla coltivazione il Verri non soltanto sperava di aiutare il contadino, ma pen­sava anche che lo Stato avrebbe ricevuto i pieni vantaggi della tassazione. Nella prima parte del Settecento in Lombardia non c'era un sistema finan­ziario amministrativo centrale unitario; la fondazione di tale sistema era una parte del programma di modernizzazione del Verri e del Carli.
La centralizzazione era ad ogni modo necessaria se si volevano attuare delle riforme, perchè i nobili e il clero, eccetto i membri di questo che erano giansenisti o liberali, si opponevano a qualsiasi cambiamento; non solo la centralizzazione, ma perfino l'assolutismo, un assolutismo cioè illuminato, era favorito dai riformatori. Con la loro tipica fede settecentesca nella ragione, e di fronte all'opposizione delle magistrature autonome patrizie, essi credevano che il solo modo per attuare riforme fosse attraverso l'azione di un monarca illuminato con potere assoluto e fino all'avvento della rivoluzione essi non avevano fede nelle assemblee come strumento per attuare delle riforme. Il Verri scrisse nelle sue Meditazioni sulla Eco* nomia politica che le azioni della maggior parte degli uomini sono dettate da vecchie abitudini, tradizioni e pregiudizi, e per esserne convinti basta guardare ai tribunali milanesi che sono contro qualsiasi innovazione. Un'assemblea non saprà mai eseguire riforme: Dovunque siasi fatta mu-