Rassegna storica del Risorgimento

1849-1860 ; STATO PONTIFICIO
anno <1961>   pagina <403>
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Roma dal 1849 al 1860
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risulta olii ara anzi, piuttosto ambigua la figura e la funzione di un commissario, a Roma e nelle città di provincia, con alte funzioni di controllo; una larga libertà di manifestazione di pensiero e di libertà di iniziativa veniva ad ogni modo concessa sia agli uomini che componevano la direzione centrale, sia ai Comitati provinciali. In un secondo momento, però, dopo qualche anno (ma già, alla fine del '51, il mazziniano Petroni aveva dato l'esempio di un accentramento di carattere autoritario), in un quadro di accentuata pressione della polizia e di dispersione dei gruppi dirigenti, i Comitati fiancheggiatori sparirono, mentre tutti gli incarichi vennero concentrati nelle mani dei componenti il Comitato centrale, sempre più ridotti di numero, i quali tesero ad assorbire anche le primitive auto­nomie dei Comitati provinciali. H potere, la possibilità di definire program* ma e azione, venne così ad essere saldamente tenuto da poche persone, il cui necessario ricambio fu assicurato, per mezzo di scelte e di nomine per­sonali, in un ristrettissimo ambiente. Mentre ciò favoriva da una parte la clandestinità del partito e una continuità di direttiva, dall'altra creava il presupposto di una ristretta consorteria e di un sistema di clientela che ten­deva a gravare sulla base.1) Salvo alcune modifiche, che non ne mutarono sostanzialmente la struttura, questa organizzazione si mantenne inalterata come abbiamo detto anche dopo il '60. Vi insistiamo, perchè non ai trattò mai di una vuota formula, di un ordinamento nato e rimasto sulla carta,2) simili a tanti altri facilmente rintracciabili nella storia dei partiti, soprattutto delle sette , risorgimentali: il sistema si manifestò sempre operante e arrivò a collegare, in certi periodi di accresciuti entusia­smi patriottici, centinaia e centinaia di individui, dando vita ad una realtà di cui dovettero tener conto quei democratici italiani tesi, dopo il '60, a una locale iniziativa rivoluzionaria e costretti, pur vituperando i dirigenti romani che il partito immobilizzavano nell'inerzia e nella ossequienza ai moderati al governo, a scendere a patteggiamenti, a lusinghe, a inviti. Dovette cedere anche Garibaldi nel 1867. E il risultato tragico che seguì all'equivoco accordo Èra lui e i capi del Comitato svela gli aspetti negativi del sistema. La perfetta organizzazione, infatti, la ben curata macchina, di cui il partito si mostrava cosi orgoglioso, si rivelò nel momento dell'azione assolutamente inefficiente: gli ingranaggi erano bene oliati, ma giravano a vuoto. Era indiscutibile a Roma una generale carenza rivoluzionaria, una deficiente preparazione, ma la rigida, schematica struttura imposta al
*) All'inizio del 1859, Tito Lopez, allora segretario del partito liberale romano, van­tava con Cavour, che ai mostrava preoccupato (in vista di pericolose complicazioni con le troppe francesi) di possibili sommovùnenti dei trasteverini, il completo controllo della plebe locale ( Notizie sul movimento liberale romano. cit., al Al. C. R. R.).
*) Cfr. ]?. DELLA. PJBKUTA, op. cit., p. 341.