Rassegna storica del Risorgimento
1849-1860 ; STATO PONTIFICIO
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1961
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Fiorella Bartoccini
Nella crisi romana non sono inoltre rintracciabili quelle decise condanne, quei mutati orientamenti, quelle nuove scelte, già avvertibili in altre parti d'Italia e in alcuni ambienti di emigrazione all'estero, soprattutto a Parigi. Ciò si spiega abbastanza facilmente: gli echi delle costruttive discussioni, delle formulazioni programmatiche arrivavano tardi e deformati nella città chiusa, quasi soffocata nell'isolamento. Continuò così a prevalere, in maniera determinante, la tendenza alla neutralità delle parti sul terreno dell'azione: Indipendenza e Unione era la bandiera del nuovo partito e nel proclama ufficiale del nuovo Comitato, emanato il 9 aprile, a conclusione di un travaglio che durava, come abbiamo detto, da mesi, l'accento veniva messo sulla ideale continuità con la vecchia Associazione nazionale italiana, quella di Mazzini, di cui venivano ripresi, con il nome, il programma indipendentistico, l'appello alla concordia, alla unione di forze diverse; *) nel manifesto, fatto circolare qualche giorno dopo, veniva lasciata la scelta dei mezzi agli avvenimenti, quella delle
') Associazione Nazionale Italiana. Roma, 9 aprile 1853. Le discordie fraterne fiaccarono le nostre forze quando la Provvidenza ci apparecchiò un avvenire di gloria. Innanzi ad una salda muraglia che ci arrestava il cammino, noi destinati ad abbatterla non ci ordinammo all'assalto ma ci dividemmo in sottili drappelli, rumoreggiandole intorno quasi dovesse crollare per prodigiosa magìa. Ogni drappello seguiva un duce, ogni duce agitava un'insegna, ogni insegna tracciava diverso sentiero. Perchè tante forze disperse, tante azioni slegate, tanti progetti inopportuni? Non avevamo tutti un desiderio da compiere, un ostacolo da superare, un nemico da vincere?... Dopo i rovesci del '49 voci generose invitavano gli Italiani tutti sotto un solo vessillo e il Partito nazionale si creò con auspici avventurosi. Gioirono gli oppressi a questo pegno di salute, e gli uomini più discordi lo accettarono senza esitazione. Parvero deposte le gare, conciliate le differenze, spente le pretensioni. Fu tregua momentanea e non pace duratura... Una torni la nostra bandiera ove Italia e libertà sia scritto; uno il nostro grido di guerra,e Fuori i barbari]; una la nostra volontà, quella della Nazione... Distrutta la potenza usurpata dal prete tiranno, le schiere della repubblica si stringano ai valorosi di Goito, di Curtatone e di Venezia e formino un solo nazionale esercito. Ovunque s'innalzi una bandiera italiana ivi ci addensiamo compatti ed il grido di fuori i barbari c'infiammi alla pugna. Chi con questo grido sul labbro e col fremito nel cuore impegnerà la battaglia si avanzi sicuro, le forze del popolo e la benedizione dei redenti sarà con lui (è pubblicato integralmente in S. E. I., voi. LI, pp. XX-XXI, e in R. AMBROSI-I. GHIBON, op. cit., pp. 321 e ss.).
Il proclama sarebbe stato redatto da Vincenzo Gigli, con la piena adesione di Luigi Silvestrclli, Salvatore Piccioni, Giuseppe Cbeccbetelli, Augusto Zuccarclli, Cesare Mazzoni, come membri del Comitato nazionale romano, e di Cesare Croce, Tito Lopez, Adriano Gazzani, Cesare Leonardi, Pietro Poggioli, Gaspare Lipari, Vincenzo Gigli, Pietro Gustermann, Felice Sani, Giovanni Venanzi, Angelo Borni, Achille Boccanera, come membri del Comitato di guerra.
La risposta di Pctroni, ohe volle mantenere anche lui l'intestazione Associazione nazionale italiana, non si fece attendere (è pubbl. in S. GUGUELMETTI, op. I., pp. 141 e ss., doc. n. 4; in 5. E. I., voi. LI, pp, XXIV-XXVII): consisteva in una ampia confutazione della premessa storica contenuta nel manifesto degli avversari, in cui si addebitavano le passate sconfitte a una fatale discordia; la colpa veniva rigettata sul partito monarchico, mentre si ribadiva questa volta apertamente la necessità di riaffermare i