Rassegna storica del Risorgimento

BRIGANTAGGIO ; 1860-1864 ; LUCANIA
anno <1961>   pagina <445>
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Un quinquennio di brigantaggio in Basilicata (1860-1864) 445
perpetrati dai suoi manigoldi, che riuscivano spesso a sfuggire agli accer­chiamenti delle milizie. Alla fine vistosi abbandonato da parecchi scellerati, si arrese e fu condannato a vita.
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Uno dei più bestiali e temuti capi di briganti fu il Totaro, che per vari anni infestò il Melfese e le attigue provinole di Foggia e di Bari.
Aveva raccolto un buon numero di renitenti e di sbandati, e con la loro complicità commise le solite insanie e crudeltà: scannare innocenti, bruciare credute spie, trafiggere proprietari, obbligare figli ad impugnare le armi contro i genitori, straziare con coltelli gli sventurati da lui acciuf­fati, sformare cadaveri
Tra le infamie più orrende perpetrate da quella tigre si ricorda quella contro un poveraccio di Bella, confinante di Sanfele, sua terra. Avendogli chiesto una grossa somma per riscatto, l'infelice rispose di non avere beni al mondo; al che la belva: giacché è povero, succhiamogli il sangue . Uno gli si avventa col pugnale, altri lo circondano, e per i colpi lo fanno cadere a terra; lo sciagurato boccheggia, e le iene continuano a trafiggerlo dopo morto con 28 pugnalate.
Ad un altro di A vigliano a colpi di scure gli troncano braccia e gambe; ridotto ad un informe ammasso di carni e di ossa sanguinanti lo trascinano per i capelli e lo lasciano insepolto.
Per vendicare l'uccisione di uno dei suoi masnadieri il Totaro decise di scannare tutti i parenti dell'autore, e non risparmiò una misera madre di più figli e incinta, che fu gettata a terra da una archibugiata e orribil­mente sventrata.
Tutti i mezzi adoperati per afferrarlo non riuscivano: l'arresto dei parenti e dei manutengoli, l'incendio delle p a gli aie dove s'annidava, la chiusura dei valichi per cui passava, la distruzione delle vettovaglie di cui si cibava, le continue trappole tesegli; tutti lo temevano e fuggivano nei paesi vicini per timore di quell'assassino.
Il generale Pallavicini ebbe un insperato aiuto dal sindaco di S. Fele a nome Lioy, sacerdote di Venosa, di largo ingegno e di cuore generoso, il quale si prefisse di liberare il contado dai feroci criminali. Attirò a sé i loro parenti, e mostrando i vantaggi che sarebbero venuti a loro e ai banditi se questi si fossero arresi, si recò fra essi coraggiosamente, dietro invito del Totaro; ebbe lunghi e ripetuti discorsi per persuaderli che avreb­bero avuto salva la vita, e incaricò un amico a trattare le condizioni della resa; ritornò dal Totaro a portargli le assicurazioni del Pallavicini, e si stabili il giorno della resa. Ma la belva, dubitando di un tranello, disdisse la promessa, e in un terzo colloquio col Lioy confessò i suoi prò-