Rassegna storica del Risorgimento

IRPINIA
anno <1961>   pagina <454>
immagine non disponibile

454 Ruggero Moscati
un nuovo stato di fatto da cui il paese tragga l'avvio ad una nuova vita istituzionale.
La guerra con l'Austria si era conclusa da tempo, la stupenda capar­bietà del Rieasoli e la ferma dirittura del Farmi avevano annullato nel­l'Italia centrale le avvilenti clausole di Villafranca, l'ingresso di Garibaldi a Palermo e in Napoli e la resa della roccaforte di Gaeta avevano già segnato l'unione del Mezzogiorno e della Sicilia, i plebisciti avevano con­sacrato all'unanimità la volontà popolare unitaria sancita da ultimo uffi­cialmente: ma il 27 marzo le sofferte e meditate dichiarazioni del conte di Cavour per sostenere il sobrio ordine del giorno Boncompagni, precedute come furono dal discorso del 25 parimenti alla camera e seguite da quelle al senato del 9 aprile, rappresentarono non solo il testamento spirituale del grande statista piemontese, ma la parte più elevata della sua concezione politica.
Doveva trascorrere un decennio prima che il voto divenisse concreta realtà: ma, proclamando Roma capitale d'Italia, Cavour stabiliva un pro­gramma impegnativo per il futuro e conferiva un ordine di precedenza assoluta nei compiti che il nuovo Stato era chiamato ad assolvere.
Convinto che le sfere d'azione dello Stato e quelle della Chiesa non fossero incompatibili e che il problema religioso si risolvesse nell'intimo della coscienza individuale, egli desiderava un accordo sincero e durevole con la Chiesa, in una visione dei rapporti tra l'autorità religiosa e quella dello Stato, lontana da ogni influenza giacobina e immune dagli schemi stessi della filosofia moderna.
Concependo il liberalesimo non solo come strumento di equilibrio ma come arma di risoluzione di tutti i conflitti, di tutti i problemi, anche di quello religioso, egli avvertiva la necessità del reinserimento dei cattolici nella vita del paese e della pacificazione religiosa con una intensità non condivisa forse da nessun altro statista italiano. La sincera applica­zione della formula libera Chiesa in libero Stato significava per Cavour che la separazione dovesse lasciare la Chiesa del tutto libera nel campo della sua attività, senza che lo Stato intervenisse in un senso o nell'altro a col­pire o a riformare: proprio su questa piena libertà garantita alla Chiesa erano fondate le speranze che essa risorgesse a nuova vita, spoglia dei vecchi rami costituiti dagli antichi privilegi, usando della libertà per gua­dagnare in forza, in prestigio, per assicurare alla religione quel valore so­ciale che tutti le riconoscevano. Anche per la Chiesa, Cavour credeva al potere quasi taumaturgico, che risana qualunque cosa tocchi, della libertà.
E cosi l'annessione dì Roma da necessità di ordine politico connessa con l'unità d'Italia, veniva ad assumere nel suo animo prima che nelle sue parole un ben più alto significato: il compimento di una missione reti-