Rassegna storica del Risorgimento

IRPINIA
anno <1961>   pagina <455>
immagine non disponibile

Risorgimento irpino 455
giosa e civile, la conciliazione dell'autorità con la libertà, la conciliazione della Chiesa con la civiltà moderna.
Nei banchi accanto a Cavour in quelle memorabili sedute di fine marzo sedeva, primo ministro per P istruzione pubblica del regno d'Italia, Francesco De Sanctis. Anche se era stato mandato in parlamento dagli elettori di Sessa Aurunca, De Sanctis sentiva di riassumere in sé le mag­giori aspirazioni unitarie del popolo meridionale e di essere anch'egli, cóme Mancini, Imbriani, Miele, il rappresentante dcll'Irpinia.
Di quella Irpinia, a cui con l'ardore del novizio lanciato in un altro mondo , col caratteristico stato d'animo del romantico che, preso dalla febbre dell'azione, trova in essa l'appagamento di ogni tormentosa inquie­tudine e vede fugate ogni apatia, ogni malinconia, ogni titubanza, il De Sanctis aveva dato mesi prima, nel momento drammatico della saldatura tra il vecchio e nuovo regime, tutto se stesso. I suoi sforzi per l'organizza­zione di una mentalità nuova, in campo amministrativo burocratico, sono documentati con estrema vivezza nella nota lettera del 24 settembre al fraterno amico De Meis, ed è del 16 ottobre quel suo mirabile appello ai concittadini per il plebiscito che non si rilegge a distanza di un secolo senza commozione.
Documento della vivacità e del realismo di una mente altissima, che sapeva politicamente piegarsi ad esporre concetti profondi nella forma più. piana e meglio accessibile all'animo popolare, nei suoi strati più sem­plici, ed evitava deliberatamente di cadere nell'errore tipico delle élites liberali del Mezzogiorno, le quali dal 1799 in poi lo notò già a suo tempo Vincenzo Cuoco < ebbero il torto di non cercare il contatto diretto col popolo, di estraniarsi da esso e dai suoi problemi più. immediati, di parlare un linguaggio libresco ed incomprensibile per le masse. H manifesto bisogna aggiungere è anche tipico delle generose illusioni della nuova classe dirigente meridionale che riteneva sul serio che il paese fosse per natura il più ricco del mondo, incolpava di ogni arretratezza il regime borbonico, non riusciva a separare ciò che era manchevolezza e malattia organica del Mezzogiorno da quel che poteva essere conseguenza di un transitorio mal governo politico, ed era sicuro che il miracolo unitario avrebbe dato con immediatezza i suoi frutti.
In realtà, la preparazione dell'elemento nazionale nel Mezzogiorno d'Italia si era svolta unicamente nell'ambito dell'ideologia politica e non nel campo economicotecnico-amministrativo, e il risorgimento meridio­nale era stato fino allora opera di tenaci oppositori alla tirannide borbonica, che, soltanto nell'ultimo periodo della storia secolare dell'autonomia meridionale, avevano visto nell'unità un modo di risolvere gli annosi pro­blemi della vita del paese. Per la maggioranza del popolo meridionale