Rassegna storica del Risorgimento
IRPINIA
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1961
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pagina
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459
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Risorgimento irpino 459
liberi dal rettore, lo scolopio leccese padre Edoardo Nitti, si stabili la linea d'azione. Poiché Avellino, città aperta, era tuttora presidiata da forti reparti di truppe borboniche, si decise sin dal 18 agosto di scegliere Ariano, in posizione forte, lontana dalla capitale e soprattutto più. vicina a Benevento e alle Puglie già insorte, come centro della rivoluzione. Scelta non felice: la terribile reazione di Ariano ove trovarono la morte oltre trenta generosi, fra cui l'arciprete don Leone Frieri di Cairano, mostrò la gravità della situazione. L'entusiasmo di Greci e di Bnonalbergo, ove il sei settembre si rinnovò la proclamazione del governo provvisorio irpino sotto la prodittatura di Lorenzo De Conciliis, non valse a sanare le difficoltà del momento. Garibaldi comprese che un uomo dalla veneranda età del De Conciliis non poteva tener saldamente in mano una situazione così complessa e, pur inchinandosi al suo passato, e salvando con speciale cura le forme, nominò sin dal nove settembre governatore in Avellino il De Sanctis.
Si assiste, cosi, nell'ottobre '60 alla fase conclusiva del Risorgimento, si gioca tra il Mezzogiorno e Torino la partita risolutiva dell'intero processo risorgimentale. Il dissidio tra democratici e moderati si fa altamente drammatico. Sembra si sia alle soglie della lotta civile. E se non vi si giunge, lo si deve al fondamentale e istintivo buon senso, alla grande moderazione, al sublime disinteresse personale dell'eroe Garibaldi, al suo patriottismo.
Lo si dovè anche ad uomini come Francesco De Sanctis, che superarono nel loro spirito tutta la tormentosa problematica che il '60 anno dei portenti offre alla storiografia d'oggi, la quale, rifacendo il processo al Risorgimento, non si sforza di superare e comporre in una superiore visione le contraddizioni, i contrasti, i dissidi di allora, ma li esaspera non poco, drammatizzando e irrigidendo le posizioni.
L'esperienza del governatorato in Avellino, convince il De Sanctis, in un primo momento incerto, sulla immediata necessità del plebiscito. E si sa che nei circoli garibaldini egli svolse un'autorevole ed energica azione in tal senso. Egli si rese conto che l'improvvisato entusiasmo unitario da un lato e 1 gretto spirito municipalista dall'altro erano naturale conseguenza dello stesso fenomeno: il progressivo allentarsi nel potere di coesione del vecchio Stato napoletano. Un'assemblea avrebbe aggravato la situazione. E si può concludere dialetticamente che una funzione di stimolo verso la spinta unitaria ebbero gli stessi-fermenti reazionari dell'avellinese. Si ghmse così ai plebisciti meridionali: quelli di Emilia e di Toscana, con le formule di annessione il primo, di unione il secondo al regno di Vittorio Emanuele, non avevano potato porre l'accento sulla volontà unitaria del popolo. I/annessione del Farmi richiamava i precedenti parmensi del '48