Rassegna storica del Risorgimento

DEGLI AZZI GIUSTINIANO
anno <1962>   pagina <133>
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Li òri- e periodici 133
che quella simpatia noi, noti la sentiamo. Perciò facciamo qualche riserva alle sue conciti* sioni: i difetti che l'A. stesso vede in Nitti, ma dietro un velo di indulgenza, noi pure li osserviamo, e può darsi che li giudichiamo con troppa severità.
Riconosciamo con l'A. che Nitti era un uomo di grande intelligenza, che le tue vedute sulle conseguenze del conflitto europeo, erano più larghe, più. giuste di quelle diffuse in generale negli ambienti politici italiani, che la sua preparazione in campo economico supe­rava ampiamente quella dei suoi contemporanei, ma con tutto ciò non troviamo in lui la stoffa dell'uomo di Stato.
Con tutte le sue qualità, quando le cose andavano bene (o anche discretamente bene) ai lanciava in una serie di previsioni ottimistiche (si vedano per esempio i progetti un po' fantasiosi che faceva col Pcrrone), ma quando il paese subiva qualche rovescio, cominciava a veder tutto nero, non conservava l'equilibrio e la chiarezza di giudizio che sono qualità essenziali nell'uomo di Stato. Peggio: continuava ad avere un grande concetto di sé, ma per­deva la fiducia negli altri. La sconfitta di Caporetto aveva lasciato in lui ima impressione disastrosa, aggravata dagli avvenimenti russi che avevano pesato sul noBtro fronte e sulla situazione politica interna. Non credeva nell'efficacia dell'intervento americano (che pre­vedeva a grandissima distanza, e sbagliava in pieno), perciò pensava che il conflitto s potesse risolvere solo in un modo: con una pace di compromesso. E in questo caso non si rendeva conto di due fatti essenziali: che l'opinione pubblica (a torto sempre trascurata da Nitti) si era risvegliata dopo la disfatta, in senso nazionale (Mouticone dice che la sferzata di Caporetto non ci fu veramente: a nostro parere invece fu assai forte) e in secondo luogo che la rinuncia a tuia parte di quelle aspirazioni territoriali e nazionali per le quali l'Italia era entrata in guerra e combatteva da tre anni, avrebbe provocato quella rivoluzione che era in cima alle sue preoccupazioni.
Giustamente il Monticene osserva che la vittoriosa resistenza dell'esercito italiano all'offensiva del giugno 1918 sul Montello e sul Piave decise le sorti della guerra sul nostro fronte, e altrettanto giustamente osserva che però questo allora non fu avvertito. Non faremo dunque colpa a Nitti se neppur lui se ne accorse: ma è certo che l'opinione pubblica, dopo la battaglia tirò un sospiro di sollievo, riacquistò fiducia, mentre Nitti rimase aggrap­pato alle sue previsioni catastrofiche: nuove offensive austriache, necessità di stare sulla difensiva, di aspettare aiuti dall'America, altrimenti tutto sarebbe andato in malora. Perciò, come si è visto, fino all'ultimo si oppose all'offensiva, profetando rivoluzioni e disastri di ogni genere e quando, nei primi giorni della battaglia di Vittorio Veneto, la resistenza nemica rese difficile il compito del nostro esercito, scrisse una lettera (a dir poco, antipatica) per rovesciare tutte le responsabilità dell'offensiva sul Capo del Governo. Un gesto significativo, che rivelava l'uomo; ma nel suo lato peggiore.
Cera poi anche un altro elemento che influì nell'immediato dopo-guerra in senso negativo su Nitti. Egli aveva sempre dato la preminenza ai fattori economici e ai ostinava a non dar valore alla politica estera, alle aspirazioni nazionali: era un errore fatale, perchè l'esasperazione nazionalista (errata fin che si vuole, ma scoppiata irruente tra la fine del 1918 e il 1919) era di gran peso e faceva mettere in primo piano, a enorme distanza dagli altri, i problemi territoriali, che per gli Italiani avevano un significato più chiaro e più concreto di tutti i complessi problemi economici: costituivano il motivo essenziale per cui era stata fatta la guerra. E Nitti questo non lo vedeva.
Tutto ciò a nostro avviso sminuisce la figura dell'uomo politico. Il suo innegabile inge­gno, la sua preparazione tecnica, la brillante attività e anche l'ambizione (dote necessaria per chi si dedica alla politica) non erano sorretti da un'intima fede, dalla fermezza di carat­tere, né dall'audacia, che in taluni cosi è necessaria. L'uomo di Stato si misura (è un modo empirico di giudicare) dai suoi successi: quali furono in definitiva i grandi successi di Nitti?
Ma, ripetiamo (e teniamo in modo particolare a metterlo in rilievo), queste osser­vazioni sono dettate da un punto di vista nostro, del tutto personale, nei riguardi di Nitti. Esse non intaccano in alcuna maniera la serietà e la solidità del volume, ottimo sotto ogni aspetto: un'opera che fa onore a chi l'ha scritta e alla collana di studi di cui fa parte. SERGIO CAUERANI