Rassegna storica del Risorgimento
CRISPI FRANCESCO
anno
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1962
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pagina
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215
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Idee sociali del primo Crìspi (1839-1849) 215
che pensa e che vuole atl uscire da se stesso, a riluttare dirò colla potente molla di conservazione. Non v'ha uomo che non sia naturalmente, e necessariamente governato dalla medesima legge.
Posti tutti nella stessa posizione, nella stessa volontà, ne* motivi personali, che ci mettono al grado di allontanare ciò che nuoce, ricercare ciò che giova, ognuno sente il bisogno di ripetere che nulla intervenga di assolutismo e di arbitrario in quella unità di rapporti e di mire, che sanzionano l'ordine morale, Por-dine di ragione, l'ordine di giustizia. Ogni dimenticato eleverebbe la sua voce, né alcuno di coloro, che già occupano un posto, saprebbe ristarsi dal lamentarne, poiché in pari circostanze la natura colle sue potenze morali agisce in tutti uniforme.
A oneste perniciose conseguenze pare che mirino talune mosse: a preferenza si vuole mettere il coltello nella gola a quei giudici cui oggi appellati coma* nali, non potevano mai pensare, che per essi dovea suonare l'ultima ora, e ciò che restituiva la vitalità perduta, dovea per essi servire d'istrumento di distruzione. Ma pensiamoci bene. Giovani di sommo valore leggendo ad ogni passo nel volto della nazione l'adesione univoca a quanto ci rende oggi gloriosi collegati e potenti, inauguravano colle armi, il vasto principio della nostra rivoluzione, che suonava rigenerazione progresso. Rigenerazione progresso nella mente de' siciliani non importavano una mera quistione di nomi. Eran dessi la feconda articolazione di due segni che rappresentavano gli interessi di tutti, e come in un indice generale compendiavano i comuni bisogni. Interrogate quei guerrieri fratelli ne' di cui petti divampavano sensi generosi e magnanimi; essi ad una voce vi risponderebbero: noi non affrontammo la tirannide per crearne delle novelle; non tergemmo le lagrime perché si riproducessero più infuocate ed inconsolabili; non opponemmo barriere al capriccio di un solo, per moltiplicarne gli enti e le forme; non distruggemmo infine quella funesta influenza ministeriale, che formava degli esseri privilegiati colla rovina e la dimenticanza de' molti, per rinnovare le vittime, e quelle vittime la di cui voce non arrivava mai sul trono abbonito, perchè ammiseriti e dolenti. Ed in vero non fu mai nazione libera, in cui pensato non si fosse alla prosperità degli imi, come alla felicità degli altri. Chiamereste voi rigenerati quei tempi, ove di talune classi se ne forma un problema, di talune altre il gioco del caso, e di chi migliorata la condizione, e di chi la sorte maggiormente resa più crudele e più ferrea? Ma tutto questo non è dell'epoca. I comuni destini chiamano gli uomini a non singolarizzare i vantaggi che sorgono, ma a volgere benigno lo sguardo su tutti gli ordinamenti sociali, che non debbono scomporsi, che per ricomporsi in una maniera più equa, meglio compartita, e più solenne. Risolvere, o proporre il contrario, è un contradire: un andare retrogradi, un creare funesti sistemi di dissoluzione, un malamente effettuare il siciliano risorgimento. Se nell'idea di conservare gli uni e distruggere gli altri è entrato quello di un falso sistema economico, mercè cui tutto ad un tratto procurando il benessere de' primi si tenta di schiudere pei secondi l'abisso delle indigenze con la desolazione di centinaia di famiglie, ed allora quale sarà mai il livello sociale di cui si è andato in cerca? I patimenti durati, le veglie di pianto nutrite, i disagi sofferti, le armi impugnate, l'unità in somma del pensiero siciliano, servirono adunque a magnetismo della sventura, sono adunque gli elementi di un novello ago polìtico calamitato, nella di cui spaventevole attrazione rovineranno le più belle speranze di un popolo, che gioisce all'idea del suo risorgimento? Mal si risponderebbe a questi esseri, che