Rassegna storica del Risorgimento

CRISPI FRANCESCO
anno <1962>   pagina <216>
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216 Renato Compasto
perseguitati da un genio maligno, non vedono che un ordin solo, che l'ordine della sussistenza, dell'equità, della umanità, della giustizia pubblica, i quali non sono elementi meno importanti dell'ordine economico, finché del comune riscatto non se ne formi una illusione, una micidiale apparenza. Non deve per­mettersi di favorire la causa degli uni, e tradire la causa degli altri, e che tutti i rami della necessità ed utilità politica delle classi non coesistano, in modo, che un tutto rattemperato ed armonico ne scaturisca; perchè allora non vi saranno che aperte collisioni, che anelli smembrati di una catena di cose abortiva e difforme.
Ma uno è il fine de* popoli liberi, quello della prosperità dell'universale. Negli ordinamenti dei medesimi non entra idea di proselitismo, di preponderanza. At­tribuire più a taluni, darne meno a tali altri o nulla, è ingannare le brame di una nazione: mentre l'origine a quel sistema di conservazione, che è nel fine primario degli agenti di un popolo, e l'utile della nazione non viene rappresentato unica­mente da coloro per cui il dado della sorte fu tratto. Ma pensiamoci bene. Quel regime di cose che non versa a custodire le esigenze naturali dell'uomo, ed a proporzionarne i mezzi necessari alla vita colla potenza tutrice dello spirito vero di carità cittadina, è questo un regime che ci renderebbe vittima di un despo-tismo interno. E se per caso taluni novelli politici credano, che la migliore arte di governare il mondo sia quella di restringere e per far ciò di condannare alla miseria; allora apprendano ad usar meglio delle forze economiche della nazione. Essi risalendo alla tesi proposta in capo alle poche parole che abbiamo segnate, ne troveranno la soluzione. Diminuite, se il volete e date agli altri. I troppo ric­chi, ed i troppo poveri sono due mali, che si combattono e si collidono a vicenda.
Pensate, che non è ad umano essere comportabile, quello di rimanere in un mortale languore che paralizza, che spegne, e che nasce da desiderii illegalmente conculcata, da speranze illegittimamente estinte.
(Dal n. 33, del 12 aprile 1848, de L'apostolato).