Rassegna storica del Risorgimento
FARINI DOMENICO
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1962
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Emilia Morelli
cali entrare nel girone delle istituzioni. La fusione, perchè proficua, deve, però, avvenire alla luce del sole, dopo un pubblico dibattito in Parlamento, dopo avere chiariti la portata, lo scopo, i limiti dell'evoluzione .J) Gli esempi del 1849, del 1862, del 1867 dovrebbero servire di monito ai politici della fine del secolo !
Se qualche volta il Farini incolpa delle disordinate discussioni e delle sopportate intimidazioni il suo successore Biancheri,2) altre deve ammettere che nessun presidente potrebbe tenere in freno la Camera; di qui la dolorosa necessità di chiuderla non appena le circostanze divengono anormali, un poco difficili. Di chi la colpa? Di chi converti la Camera dei deputati in una bettola, dove trenta energumeni urlano come ossessi, bestemmiano come briachi e si impongono col chiasso, col turpiloquio, colle minacele alla grande maggioranza. Della maggioranza pusilla che non ha il coraggio di rintuzzarli e vilmente si lascia comprimere. Di chi, da anni, lasciò agli energumeni prendere piede ed acquistare impunità. Di chi non volle, non seppe, non osò introdurre in Italia i freni, oramai adottati presso tutti i governi parlamentari, prima l'Inghilterra, accordando al presidente i mezzi per contenere ben altre grinte che non siano quelle onde è costituita la estrema sinistra della Camera italiana. Cosi il funzionamento della Camera è stato paralizzato.s)
Malgrado tutto questo, però, il Farini resta sempre convinto che il parlamentarismo è un nome, una collettività, un'ombra che non si afferra; che Monarchia, Unità, Parlamento sono tre termini inscindibili; che il parlamentarismo va distrutto contenendo i deputati nei loro diritti: giudicare il Governo, non amministrare, non governare. *) Ancora più reciso era stato il 4 marzo 1893, quando aveva detto: Trovate un altro sistema prima di disfare questo senza lo Statuto e la libertà, senza del Parlamento, senza le nostre mille persone, siano pure la peste d'Italia, non vi è Italia .
Chi avrà la pazienza di leggere il Diario, si accorgerà che non si tratta di frasi isolate, ma che questi concetti rappresentano guida e norma all'azione di Domenico Farmi, nei momenti nei quali dovrà consigliare i ministri e potrà parlare con il Re, cosi come sono espressi nel suo testamento: Auguro all'Italia la concordia che la redense: il ricordo dell'antica servitù la scampi dagli spiriti, dagli ordinamenti municipali, e dalla licenza che ve la riporterebbero. La Patria risorse per la virtù militare di una sua
2) Diario* 16 gennaio 1897.
2) Vedi in S. BÀBZILAJ, op. eh,, p. 86, l'elogio al modo di presiedere del Farini.
3) Diario, 19 gennaio 1896. *) Diario, 12 marzo 1895.