Rassegna storica del Risorgimento

CATTOLICESIMO
anno <1962>   pagina <303>
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Conciliatorìsti e riformisti italiani dell'Ottocento 303
e mantenne la parola; perchè il di dopo presentandomi dal dr. Lanza, e comin­ciata la conversazione sull'affare del Concilio, lo trasportammo immediatamente alla questione del Trentino, intorno alla quale ripetei presso a poco quanto aveva detto il giorno prima, insistendo più che mai sulla posizione nostra intol­lerabile, in quanto che noi abbiamo sì delle libertà politiche, ma non sappiamo che farne; in quanto che il governo dell'Imperatore ci lascia bensì stampare ciò che vogliamo, ma delle nostre parole nissuno tien conto, e i nostri affari vengon fatti dai nostri naturali nemici i Tirolesi, che in Dieta noi non possiamo prender parte senza rinnegare i nostri principi. Anzi, continuai, che tutte le nostre industrie, le quali un tempo (cioè quando il Lombardo Veneto non era separato da noi con una linea doganale) erano in fiore, ora deperiscono e devono un po' alla volta cessare del tutto; le nostre fucine, che devono ritirare la ghisa dall'Italia per mandarvi il ferro lavorato, non possono sostenere, a motivo del doppio dazio, la concorrenza del ferro inglese e indigeno italiano sui mercati del regno; cosi i nostri forni da vetraio già sì floridi nelle Giudicane, devono estin­guersi, così la fabbrica di carta di Rovereto che nutriva già oltre a un migliaio di persone, dovette diminuire d'un terzo la sua operosità e via discorrendo. Ci resta da usufruire, come industria, la seta, di cui finora il nostro paese non si occupava che filando i bozzoli. Ma oltreché per attivare dei filatoi che possano concorrere con analoghi stabilimenti esistenti in Lombardia (i nostri filati qui si contano sulle dita) ci mancano i capitali, non è poi nemmeno da parlarsi, per il momento, della istituzione fra noi di manifatture che possano fornire stoffe da concorrere sulle piazze italiane con le manifatture indigene e colle francesi e svizzere ed altre che inondano la penisola. Su questo punto particolare io mi estesi più a lungo di quello che sia necessario qui te lo dica; né il signor Ministro mi sapeva dar torto, ma molto più conveniva egli meco, quando gli feci vedere l'immenso danno che risulta al credito stesso del regno d'Italia dalla circostanza, che la porta di casa sia in mano nemica, e che l'Austria, col possesso del Tren­tino, sia sempre iu posizione di minaccia: rigorosamente l'Italia del tutto inerme dalla parte del Nord. La mia conversazione col Ministro Lanza durò più di un'ora ed egli mi assicurò, che il governo del re non mancherebbe di stare alle vedette per cogliere con premura e con impegno quella occasione qualunque che si fosse per presentare onde mettere di nuovo sul tappeto la questione del nostro paese*
Incoraggiato dall'attenzione, che mi pareva prestasse il sig. Ministro alla mia esposizione, osai un passo avanti e gli chiesi se non fosse possibile, che in una prossima nomina di senatori venissero eletti un paio di Trentini, affinchè almeno in uno dei rami del corpo legislativo, non essendovi per ora prospettiva della nomina di deputati trentini alla Camera, vi fosse chi rappresentasse questo italiano paese. Il Ministro mi chiese sorridendo eolla finezza di cogliere in fallo l'interlocutore, quali dei miei compaesani io avrei di passare a tale uopo? Io stetti un momento sopra di me, poi soggiunsi francamente: Prati il poeta, e Sighele H1 Presidente alla Corte d'Appello a Milano. A tale proposta il dr. Lanza si fece molto scuro, e rispose presso a poco così:* Io chiesi più per modo di dire, che sul serio; del resto in quanto alla nomina di senatori, essa viene fatta da S. M. ma è d'uopo che i nominati siano portati dalla pubblica opinione; Prati è nomo di merito, ma dubito assai che la sua nomina possa venire proposta; in quanto a Sighele, ohi sa?-.- E qui lasciò cadere il discorso; né vi insistette: ma vedendo nominato appunto il Sighele nella nuova promozione di senatori, mi