Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVI ; STATO PONTIFICIO
anno <1962>   pagina <317>
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LIBRI E PERIODICI
GAETANO SALVEMINI, Scritti sul Risorgimento, a cura di PIERO PIERI e CABLO PISCHEODA; Milano, Feltrinelli, 1961, in 8, pp. 682. L. 4800.
Gaetano Salvemini: a rileggere onesti Scritti sul Risorgimento raccolti con tanta cura da Piero Pieri e Carlo Pischedda, ai ripresenta alla nostra mente, nitida, precisa, l'immagine del Maestro: grosso, squadrato male, la testa calva incorniciata dalla barba folta e brizzo­lata, la fronte spaziosa in cui brillavano, dietro le lenti, due occhi vivacissimi ehe talvolta lampeggiavano corrucciati, ma più spesso erano atteggiati a un benevolo sorriso. Sedeva pesantemente sulla cattedra di una delle aule, non proprio solenni e neppure molto digni­tose, dell'Istituto di studi superiori di Firenze e di 11, col gesto scattante, la mano spesso alzata, aperta, con cui segnava ritmicamente quanto veniva dicendo, impartiva, anzi scandiva le sue lezioni. Le parole infatti uscivano dalla sua bocca come tante martellate. Frano lezioni di una chiarezza esemplare: anzitutto le fonti, prima le manoscritte e poi quelle a stampa; seguiva la critica delle fonti, poi l'esposizione degli avvenimenti (dei fatti, come lui diceva, che dovevano essere uguali per tutti gli storici di ogni scuola e di ogni tendenza politica) e infine le ipotesi, quelle prospettate dagli storici e quelle sue, ma con la precisa avvertenza che non era detto che le sue fossero migliori delle altre. Anzi ci spingeva a ragionare, a vagliare con la testa nostra il materiale che ci aveva presentato, a farci un'idea personale dei problemi e soprattutto a imparare a collegare gli avvenimenti e a tirarne le conclusioni. La storia non doveva essere un imparaticcio ( Non me ne im­porta niente, diceva, che sappiate il libro di testo a memoria ) ma un esercizio al ragiona­mento.
Ma più delle lezioni erano le esercitazioni quelle in cui ci insegnava il metodo di lavoro. Salvemini si rifaceva dalle nozioni più elementari, perchè conosceva bene la no­stra ignoranza. Ci ammoniva anzitutto, quando dovevamo affrontare una ricerca, a partire da ciò che vi era di stampato e a non buttarsi subito alle ricerche d'archivio a rischio di perdere il tempo a. scoprire quello che era stato già scoperto da mezzo secolo. do­vevamo imparare a fare le schede. Come si faceva una scheda? Quali dati doveva contenere? In quante maniere potevano essere ordinate per cavarne il maggior profitto? Salvemini ce lo spiegava pazientemente.
Aveva in odio lo sanno tutti quelli .che lo hanno ascoltato o hanno letto solo qualche cosa di lui la retorica, i concetti astratti, la filosofia, e usciva spesso in certe espressioni (di cui è facile trovar traccia qua e là in questo volume) che fra noi studenti erano divenute famose. Se un malcapitato, durante l'esposizione di un argomento, si lasciava sfuggire: Presa da sdegno, tutta l'Italia si levò in piedi , subito ribatteva: Non è vero niente! Rimasero tutti a sedere . E aggiungeva: Che cosa significa l'Italia che si leva in piedi?. E se a qualcuno scappava detta la parola e Società, eccolo sbuffare: La Società! Che cos'è? Una signora che gira per casa in pantofole? Non usate le parole astratte; servono solo a imbrogliare il prossimo e se stessi . Perciò non si doveva parlare di popolo . Il popolo era una parola vuota, senza un preciso significato. Ci sono le popo­lazioni, divise in classi diverse: la nobiltà, il clero, la borghesia, i commercianti, gli operai, i contadini. Ogni classe ha i suoi interessi, le sue aspirazioni. Era uno sproposito fare un solo mazzo di tutti questi gruppi che spesso avevano fini contrastanti. Tutt'al più si poteva parlare di classi inferiori, ma era meglio distinguere perchè spesso operai, braccianti, contadini, avevano idee, tendenze divergenti.
Aver nella mente concetti chiari e concreti era per lui fondamentale. Non preoccu­patevi - ci esortava - - di scrivere bene, di comporre una bella pagina infiorata di frasi eleganti, ma preoccupatevi di scrivere chiaro. Se scrivete chiaramente, è segno che
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