Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVI ; STATO PONTIFICIO
anno <1962>   pagina <319>
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Libri e periodici 319
batta. Salvemini prende le difeso del Pi aneli ne spiega l'atteggiamento, e finisce per confes­sare una affettuosa simpatia per la figura del generale. È proprio la sua caratteristica di prendere posizione per i vinti (p. 10).
Tralasciamo di accennare ai notissimi saggi su Mazzini e su Cattaneo; non è certo necessario soffermarsi su questi studi che hanno notevolmente contribuito alla fama di Salvemini storico del Risorgimento, anche se circa il saggio su Mazzini, qualcuno ha avan­zato qualche riserva: un anti-filosofo e non credente come Salvemini poteva capire la complessa personalità filosofica e religiosa del Genovese?
Veniamo invece alle lezioni sul Risorgimento italiano pubblicate nel 1925 sotto il titolo 1?Italia politica} nel sec. XIX, soppresse subito dal Governo fascista, e perciò poco note. A quarantanni di distanza dobbiamo riconoscere che esse costituiscono una sintesi veramente mirabile, per chiarezza ed efficacia, di tutto il periodo. Gli studi e i documenti venuti in luce più tardi hanno soltanto scalfito, ma non modificato questa solida ricostru­zione che non ha perso valore col passar del tempo. Anzi, si leggano, per esempio, i capitoli X e XI sul problema amministrativo e sull'accentramento del Regno d'Italia (pp. 42935) e ci si accorgerà che molte scoperte che sono state fatte di recente, durante le cele­brazioni del centenario (comprese quelle del sottoscrìtto), Salvemini le aveva fatte da un pezzo.
Proprio in queste pagine troviamo un'altra prova della continua evoluzione del pen­siero del Maestro. Salvemini riconosceva senza esitazioni che il regime instaurato in quel momento era l'unico possibile: Quella monarchia burocratica, rappresentativa, censi-taria era, un secolo fa, il solo ordinamento politico ed amministrativo con cui potesse essere soddisfatto in Italia il bisogno di indipendenza e dì coesione nazionale. Date le condizioni spirituali delle nostre moltitudini agricole, dato il frazionamento politico delle popolazioni cittadine, e dati i profondi dislivelli di civiltà fra le diverse regioni, il problema dell'unificazione nazionale se non si risolveva per quella via, non si risolveva affatto (p. 434).
È un giudizio positivo che, espresso nel 1925, viene confermato ventìcinque anni più tardi nell'altro studio. La rivoluzione del ricco. H Risorgimento italiano fu una rivoluzione? si domanda Salvemini. Ci si intriga in equivoci quando si afferma che fu una rivoluzione, anzi una rivoluzione tradita (p. 457). E dopo aver spiegato che cosa si debba intendere per rivoluzione e per democrazia (Ecco un'altra parola che dovrebbe mettere le carte in regola prima di avventurarsi per le strade ) sostiene che il regime prodotto dal Risorgimento non fu democratico, ma un'oligarchia di notabili, come è provato dalla legge elettorale del 1860. Non si può parlare di rivoluzione tradita e neppure lamentarsi della sorte del popolo italiano: in nessun paese, durante il secolo XIX, il popolo partecipò alla vita pubblica, se per popolo si debbono intendere le classi inferiori (p. 463). D'altra parte un regime politico non può essere giudicato alla stregua di qualche modello ideale. Quando si costituì l'unità, la classe che era al Governo ereditò problemi che potevano ben apparire disperati. Bisognava creare un'amministrazione civile, un esercito, una flotta, un sistema tributario e scolastico per popoli vissuti per dodici secoli sotto governi separati con consuetudini eterogenee (p. 469). II. bilancio del 1866 contro 600 milioni di entrate presentava un deficit di 1200 milioni. Eppure una minoranza attiva riuscì a trascinare le moltitudini verso migliori condizioni di vita. Chi confronta le condizioni dei poveri nel 1860 con quelle del 1900 passa dalla notte, se non ad un meriggio abbagliante, ad una au­rora- abbastanza promettente. In altre parole il Risorgimento italiano non riesci utile soltanto ai ricchi; anche i poveri cominciarono a diventare meno poveri. Esso non fu una rivoluzione tradita: fu un rinnovamento assai faticoso e penoso quale era possibile in una patria quale era l'Italia (p. 471).
Erano queste le conclusioni positive a cui era giunto Salvemini dopo lunga esperienza di stadio. Senza nascondere le sue simpatie per la parte popolare, riconosceva ohe i partiti democratici avevano prodotto un eccessivo numero di chiacchieroni inconcludenti , che avevano meritato la sconfitta, che i moderati conservatori avevano capacità superiori, fi tuttavia per quello spirito donchisciottesco che lo aveva sempre animato, era pronto a