Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVI ; STATO PONTIFICIO
anno <1962>   pagina <337>
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Libri e periodici 337
secondo un metodo espositivo che ci sembra non solo il più comodo per il lettore, ma anche il più idoneo a dar ragione di certe osservazioni critiche che siam venuti facendo.
Il discorso introduttivo del Brezzi pone subito uno steccato net confronti del proble­ma della perdita del potere temporale, un cui esatto intendimento e costante ricordo pare a noi viceversa indispensabile sia per giustificare il movimento culturale Ieoniano, BÌa per introdurre un criterio distintivo tra coloro che della temporalità faranno il porro unum del loro agire, come Sacchetti, e coloro che ne prescinderanno aprioristicamente e sistema­ticamente, come Meda. Ed eccoci subito al Tomolo, alla presentazione lucida, ma alquanto esteriore, che ne fa il Vito (ma con un sapore quasi ufficioso!) e che lascerà insoddisfatti un po' tutti i congressisti. Il Vito si limita ad esporre, con quell'adesione generica ed inces­sante, che deploravamo poco più sopra negli studiosi ecclesiastici. Ma molte cose dette da lui, come spesso accade, appunto perchè poco originali sono verissime, ancorché facili a dimenticarsi. Tomolo mira a ripristinare l'impero dei principi cristiani nella società . Questa è una visione tipicamente medievale, senza lo spirito associativo e caritativo della Riforma cattolica. E qui converrà spiegarsi, anche per anticipare una schermaglia tra Ponzi, Verucci e Manacorda. Il pensiero del Tomolo, in quanto aspirazione, è pienamente legittimo: né medievalismo, di per sé, è sinonimo di oscurantismo spirituale: ma lo è senza dubbio di anacronismo storico. In altre parole: è scientificamente possibile immaginare la società contemporanea, che è, bene o male, quella dell'industrialismo, plasmata dai prin­cipi cristiani così integralmente e fecondamente come quella medievale? Problema che si collega a quello delle corporazioni: è possibile restaurare, oggi, quel rapporto di lavoro che ha avuto la sua validità parecchi secoli or sono? L'obiezione che qui si avanza è di indole tecnica, pratica, non si pone sul piano ideologico, a proposito del quale mi pare innegabile che il vagheggiamento corporativo si ponga come uno specifico, puntuale espediente polemico, senza troppe preoccupazioni spiritualistiche e produttivistiche, contro la lotta di classe dei marxisti. Ed un altro collegamento: quello con l'introduzione dell'elemento etico nel sistema della dottrina economica. Anche prescindendo dalle aspre stroncature polemiche del Cossa e del liberismo ufficiale, é chiaro che qui non si è in presenza di un semplice arricchimento umanistico, nell'ambito dei tradizionali canoni interpretativi, come nel caso della scuola psicologica austriaca. Il principio etico contrap­posto a quello edonistico può avere una sua profonda e complessa validità nello studio delle origini dell'intrapresa capitalistica, e, comunque, nell'analisi dell'individuali-sino imprenditoriale Ma, sul terreno sindacale, delle rivendicazioni di massa e di categoria (che era quello che concretamente si prospettava sul declinare del secolo XIX) l'insistenza intorno alla dignità ed alla santità del lavoro richiama troppo da vicino concetti di ele­mentare e pericoloso paternalismo padronale per non essere avvertita e valutata dal mondo proletario come un tentativo di obiettiva conservazione sociale. Ed è vano soffermarsi a discettare sulla possibilità o meno di temperamento tra la fase puramente rivendicativa materiale , e quella più propriamente umanistica della lotta sindacale. Si tratta di aspetti complementari, e non contrapposti, del medesimo processo, ovvero contrapposti soltanto sulla base capziosa della preminenza dell'uà fattore a scapito dell'altro. Né si può, col Droulers (siamo alla discussione sulla relazione Vito) insistere sull'apoliticità del cattolicesimo democratico é sodale per inferirne una maggiore sensibilità di quest'ultimo, al di fuori degli schemi partitici tradizionali. H corporativismo, l'etica del lavoro sono con­cetti in sé politici, e propri di una mentalità paternalistica e conservatrice ben conscia di sé e dei propri obiettivi. Onde pertinenti appaiono le osservazioni di Dal Pane sugli anacro­nismi settecenteschi e la scarsa originalità del pensiero di Toniolo, le cui implicazioni pra­tiche, contingenti, in quel determinato periodo di passaggio della civiltà capitalistica alla sua fase imperialistica, sormontano di gran lunga, per importanza, sull'elaborazione dot­trinaria. Ed efficacissima, anche nello sfondo generale dell'impostazione del convegno, è la polemica del Giovannini, il quale centra con spregiudicatezza certe uniformità insupe­rabili del mondo economico, che permeano e condizionano di sé anche organismi della