Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVI ; STATO PONTIFICIO
anno <1962>   pagina <340>
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Libri e periodici
rione su comune base conciliazionista. Il movimento indubbio, le ascendenze rosminianc e le sollecitazioni sociali di parecchi tra questi uomini sono altrettanto innegabili: e, tutta­via, le cose appaiono a me (ed anche, per la verità, a Marino Geni ile, autore d'un corag­gioso intervento) sostanzialmente nuove non riconducibili ad un filone di tradizione inin­terrotta. Diciamo le coso come stanno: la componente religiosa nel movimento moderalo degli anni ottanta è pressoché insignificante; Bicasoli muore e nessuno neppure di lontano, sorge a raccoglierne l'eredità. I cattolici che collaborano lo fanno perchè moderata* non perchè cattolici. Essi non accettano il Risorgimento, ma prendono atto del fatto compiuto per avvisare ai mezzi comuni di difesa contro il comune nemico: ed i moderati classici, i trasformisti, li accolgono appunto perchè nessuna pregiudiziale ideologica viene da essi avanzata: è 3 famoso attaccapanni di Stradella (la definizione è del Bonghi) buono per tutti gli abiti: e, in questo caso, non si tratta di conciliazione, bensì di capitolazione e smobilitazione. Chi percorre tutto il cammino sono i cattolici, non i moderati, che riman­gono immobili all'auspicio dottrinario ed accademico, non i progressisti, per cui l'anti­clericalismo è un espediente elettorale di facile effetto. La spiritualità del Passerin andrà perciò intesa in un'accezione del tutto particolare, come un ammodernamento del Cantù e del Thouar, non certo come l'inizio di una rinnovata coscienza religiosa e politica. Il che è tanto vero che, come osservava acutamente Candeloro, di una vera svolta, a sfondo popolare e sociale, si sarebbe potuto cominciare a parlare soltanto a partire dal 1887, allorché Fintransigentisnio acquista dignità ufficiosa di movimento, d'alternativa di massa, superando, se non dimenticando del tutto, la fase della protesta temporalista. Il decennio che viene prima, ed i numerosissimi frammenti che vengono dopo, hanno importanza grandissima per la storia delle classi dirigenti italiane e per quella interna dei cattolici non certo per la storia del movimento cattolico autonomamente organizzato. La tradizione resta, il metodo cambia, osservano concordemente Candeloro e Cotta: ma questa è la novità decisiva.
Dello sviluppo di questa novità si fa storico sagace ed appassionato il Fonzi in una relazione che è forse la più notevole, certamente, con quella Aubert, la più impegnata del convegno. L'intransigentismo è movimento di negazione, afferma Fonzi, non nasce con un proprio pensiero distinto, ma vive in funzione del liberalismo da esso combattuto. La sua forza una forza, ancora una volta, di prassi, di metodo è nell'uniformità ideologica alla quale richiama i cattolici, dinanzi alla dispersività frammentaria dei transigenti. Sotto questo riguardo, per questa organica ecclesiasticità della prospettiva politica e sociale (e fors'anche per la comune matrice medievalistica, che l'A. è riluttante ad ammet­tere nel suo sbocco integralista) la derivazione della democrazia cristiana dal eeppo dell'i ti-transigentismo è dal Fonzi brillantemente dimostrata. Proprio lo scoglio dell'accettazione dei fatti compiuti, comune a transigenti e democristiani, ma pigro approdo per gli uni, vivace stimolo per gli altri, è decisiva riprova della bontà della tesi del Fonzi (ed io aggiun­gerei l'ipotesi della coscienza che i giovani democristiani hanno, ed il giovane Sturzo avrà fortissima, della sostanziale fragilità della struttura statale liberale e borghese, e della possibilità di smantellarla, per sostituirvene una tutta nuova, intimamente innovatrice). Cade qui, vistosa, inevitabile, l'analisi polemica dell'opera del Tomolo, giustamente, sep­pur con garbo, denunziata come la principale responsabile della contraddittoria confu­sione sociologica nelle cui secche la democrazia cristiana andò ad arenarsi e a naufragare. Sfumata nella genericità più annacquata l'etichetta democratica, venuto meno, in un susseguirsi di velleità approssimative, lo spirito, innovatore politico,, ricondotta l'azione politica all'obbedienza alla gerarchia ed all'apostolato etico-sociale, Tomolo individua i suoi obiettivi polemici nel liberalismo, figlio, della rivoluzione francese, e nel sistema dei partiti politici, proprio i presupposti egualitari, cioè, sulla base dei quali La Tour du Più fulmina la sua scomunica, in nome del tradizionale cattolicesimo sociale paternalistico, nei confronti dei democratici cristiani francesi. Scendendo sul terreno politico, è implicita l'accettazione del metodo scaturito dalla rivoluzione, e si vanifica l'antistorica tendenza, già anacronistica ai tempi eroici del primo Lamenjnais, a porre il papato alla testa di un