Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVI ; STATO PONTIFICIO
anno <1962>   pagina <341>
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Libri e periodici
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indifferenziato movimento popolare di massa, ohe ignori i connotati della moderna compe­tizione politica, disconosca l'autonomia dello Stato e s'ispiri ad una socialità vagamente filantropica ed evangelica, senza agganci col presento.
Yale la pena di rilevare che il solo che porti immediatamente e coerentemente avanti il discorso di Ponzi è il marxista Manacorda, il quale si spinge su un terreno dove tatti i convenuti (Passcrin, l'abbiamo detto, con una certa asprezza sarcastica; lo stesso Ponzi con una replica sorprendentemente sbiadita) ricusano di seguirlo. Manacorda parte pro­prio dalla constatazione del carattere precapitalistico di quella mitizzazione del mondo rurale propria della genericità sociale-integrista del pensiero di Tomolo (e su cui concor­dano Fonzi, Verucci e Violante) per centrare l'argomento sulla Rerum Novarum e sul­l'aspetto sociale dell'azione di Leone XIII: donde la denuncia dell'inadeguatezza della analisi corporativista del concetto di popolo e lo smantellamento esplicito delle armo­nie ben congegnate del Vito. Ma la risposta, per cosi dire, ufficiosa alle stringenti argo­mentazioni di Fonzi viene dal lunghissimo intervento di monsignor Ferrari, che è un rifiuto in blocco, e spesso piuttosto vivace, delle tesi dell'autore della relazione. Per il Ferrari il corporativismo non è sinonimo di medievalismo deteriore (ed invece il Fouzi distinguerà ancora certi elementi positivi, d'indole sociale, del medievalismo democristiano); la leale collaborazione con Io Stato è impostata sulla concreta azione sociale ed economica (e così si smascherano i presupposti di classe del raUiement, e si prescinde dal terreno principale, quello politico, dove permane la gelosia reciproca); essa presuppone ima distinta coscienza dello Stato (e vi è invece soltanto il vagheggiamento antistorico della civitas); essa mira a plasmare in senso integralmente cristiano l'intera società (e questo è l'autentico medie­valismo deteriore!); essa s'ispira all'obbedienza alla gerarchia, ma non per questo è confes­sionale, come sarà in Murri (e questo è vero, ma si tratta d'un ritrovato strategico di To­molo, per evitare un definito impegno politico da parte del papato, che avrebbe tratto seco la temporalità e fatto fallire tutta hi combinazione); sia democristiani che popolari si limitano ad integrare sul terreno politico le premesse culturali e sociali di Tomolo (e questa viceversa è la vera e sostanziale novità, alla quale Tomolo si era programmaticamente ne­gato, a differenza, per esempio, di Sturzo, perchè comprendeva che un'azione politica au­tonoma e distìnta avrebbe implicato appunto la rottura e l'innovazione auspicate dal sacer­dote siciliano). Insomma, non vi è possibilità di conciliazione tra le posizioni del Fonzi e quelle del Ferrari, e ciò proprio sull'argomento principale del convegno, il quale si chiude su una sorta di dilaceramento, estremamente significativo. Passerin, replicando a Candeloro (ma copertamente a Manacorda, che ha messo davvero il dito sulla piaga) si sente di affer­mare che l'inserimento nella società capitalistico-borghcse di fine secolo è proprio soltanto di una ristretta minoranza clerico-moderata; e che gli aspetti economici e sociali del pro­blema sono nettamente subordinati ad elementi di altra natura. Cosi, dopo tanto parlare sulla socialità del Tomolo e sugli strumenti organizzativi da lui concepiti a questo propo­sito, con idee condivise dalla stragrande maggioranza dei cattolici, intransigenti e non, si viene a concludere che comunque non questi sono gli aspetti principali del problema: e si torna allora a politica e cultura, al medievalismo, al corporativismo, e non si vede questa socialità quale effetto concreto abbia avuto sul movimento cattolico organizzato* Venendo alle comunicazioni, quella Berselli si segnala (era da attenderselo) per l'ele­gante puntualizzazione che compie delle premesse culturali del pensiero di Minghctti sulla conciliazione. Egli ribadisce quel che dicevamo prima, che sono i cattolici a spostarsi' ed a farsi moderati borghesi, senza che la Destra proponga alcuna avance di compromesso (e, a proposito di Destra, sarebbe stato bene che Berselli avesse tenuto distinti, come sem­pre va fatto rigidamente, i consorti Minghetti, Ricasoli e Bonghi dai piemontesi per un verso, dai meridionali per l'altro). La convergenza che avviene insensibilmente (è strano che non si parli delle elezioni del 1886) si verifica su motivi pratici sociali e politici, non certo su elementi ideologici, dove la divergenza è tuttora accentnatissima.
Ancora su Tomolo, su certo suo produttivisrno econoniiciatico, sul prevalere del giu­dizio etico su quello economico-strutturale (e conseguente perdita dell'obiettivo), su certe definizioni generiche dei concetti di popolo, sullo scambio tra il concetto di auto*