Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVI ; STATO PONTIFICIO
anno <1962>   pagina <349>
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Libri e periodici
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entità, rispetto a quelli letti da lui all'assemblea, sulle quali insiste più del necessario, a parer mio, PA, poiché son dovute unicamente (e fu già messa la cosa in rilievo da altri recensenti) a motivi particolari del momento. Comunque, il colpo fu grave per Salandra, tanto più. perchè il suo nomo nelle discussioni alla Camera sul suo programma, seguite alla rivelazione giolittiana, come già ne facemmo cenno, fu fatto segno (ciò che di certo non è approvabile) a sospetti poco onesti e talvolta, anche sfacciatamente, a dispregi. L'A. ne deduce che deve esser sorta d'allora nell'animo di Salandra un'intima, spontanea diffidenza vera e propria verso Giolitti , alimentata e accresciuta sempre più dal suc­cessivo contegno di lui, nascosto più che palese . Egli dovette pensare (e credo di non errare) che Patto di Giolitti fosse un puro espediente personale (che sulle prime abbia avuto il dubbio che Giolitti avesse inventato i due telegrammi è ormai sicuramente provato) per farsi bello davanti al parlamento del fatto che a lui spettava il merito di essere stato primo nella dichiarazione della neutralità, diminuendo così il prestigio del nuovo presi* dente del Consiglio. Ma sia detto con buona pace del nostro A. (il quale, ad onta della promessa fatta nell'avvertenza al suo volumetto, pregevole, sì, per l'abbondanza dei dati, però non sempre sufficientemente vagliati, di usare nelle sue pagine la maggiore impar­zialità, all'incontro si lascia ottenebrare il giudizio dalPanunirazione troppo spinta pel suo personaggio) nulla in verità comprova che Giolitti intendesse, con il meschino strata­gemma dei telegrammi, mettersi avanti e dimostrare che l'iniziativa della neutralità spet­tasse a lui. Ben più alto era il suo scopo: che cioè apparisse chiaro non solo agli Italiani, ma a tutta l'Europa, che la nostra patria era completamente leale nell'osservanza dei suoi impegni, poiché (dice nelle sue Memorie) della nostra neutralità v'erano molti (e l'al­lusione era diretta principalmente all'Inghilterra) che nascondevano l'opinione o almeno il dubbio che la nostra condotta fosse una mossa egoistica nel senso di salvaguardare i nostri interessi senza alcun riguardo ai trattati . H suo comportamento verso il Sa­landra, d'altra parte, fu sino alle famose giornate di escandescenze di piazza del maggio del 1915, checché voglia PA, improntato sempre alla più schietta cordialità. Votò sino allora a suo favore; fu solidale con lui nelle situazioni più difficili; più volte, da lui inter­pellato, gli fu largo di saggi consigli. E quale ricompensa ne ebbe? Ancora nel marzo del '15, quando già si trattava con l'Austria per l'applicazione dell'articolo 7 del trattato della1 Triplice, in un colloquio confidenziale Salandra lo assicurava che avrebbe perse­verato nei negoziati senza lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà inerenti alla questione e avrebbe fatto il possibile per trattenere Sonnino che era propenso alla guerra; ma un mese dopo, il 16 aprile, come ognun sa, già egli aveva concluso il patto con l'Intesa. E ancor ai primi di maggio, quando la nostra entrata in guerra era ormai decisa e una nostra Commissione militare si trovava a Parigi a scambiare idee e piani, Salandra non gli co­municò punto la notizia o almeno ebbe frasi vaghe e incerte facendogli erroneamente com­prendere che non si era ancora addivenuti ad una vera formale denuncia della Triplice. Dell'atteggiamento tortuoso di Salandra verso Giolitti nei cinque mesi precedenti l'in­tervento dell'Italia ci offre valide testimonianze Olindo Malagodi, che fu, sì, di Giolitti amico devoto, ma non ne condivise le idee neu traliste, in un suo libro dimenticato dalla storiografia, ma che potrebbe giovare a dar qualche luce su alcune questioni ancor oggi dibattute: le Conversazioni della guerra 1914-1919 . Egli afferma, tra l'altro, che Giolitti ebbe fiducia in Salandra, di cui solo lamentava la poca abitudine alle trattative diploma­tiche, sino a che comprese di essere stato ingannato; ma neanche dopo la tempesta di insulti e di minacce cui fu esposto nel maggio, non ostacolata, sia detto il vero, dal governo, egli pronunciò contro il collega parole maligne. Anzi, d'alloro si chiuse in sé e si ritirò nel* l'ombra, evitando ogni apprezzamento crìtico che potesse danneggiare la concordia nazio* naie, li Malagodi, che era andato a trovarlo a Dronero, con sorpresa lo vide calmo e sereno, senza alcuna preoccupazione per se stesso, le fortune politiche sue e del suo partito. Era convinto che la guerra fosse stata provocata ce a cuor leggero , ma soggiunse: ormai il fosso è saltato e non dubito che il paese e l'esercito faranno tutto il loro dovere . È la dimostrazione palese, al di fuori di ogni opinione sulla sua politica, di una superiorità morale degna di essere ricordata. MARINO CTRAVECNA
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