Rassegna storica del Risorgimento

PARLAMENTI
anno <1962>   pagina <400>
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400 Luigi Perla
eternità la dovette pensare, su questo punto dei senatori per servizi eminenti , come il suo predecessore.
In oltre sei anni di governo fino agli eventi del 1860 che vennero a sconvolgere il piccolo mondo piemontese il conte di Cavour si limitò ad applicare la cat. 20a a Domenico Elena, sindaco di Genova e già depu­tato alla Camera subalpina, in riconoscimento della coraggiosa opera di organizzazione e di soccorso da questi svolta durante 1* infierire della epidemia colerica, e in aggiunta alla 3a e alla 5a, a Alassimo d'Azeglio che alla fine del 1853 si decideva ad abbandonare la rumorosa aula di Palazzo Carignano per passare alla quiete del Palazzo Madama, come ex deputato e ministro del re ed illustrazione da tutti riconosciuta della vecchia terra piemontese.1)
Nel periodo che va dal 1848 al 1860 si ebbero complessivamente sette senatori nominati per la sola cat. 20a. Gli Unici del Senato li proposero tutti per la convalidazione, e tutti furono dall'Assemblea effettivamente convalidati.
Nello stesso periodo 1848-1860 si ebbero inoltre tredici senatori nomi­nati per altre categorie e, in aggiunta, anche per la 20*. Tutti questi tredici nominati furono ugualmente proposti dagli Unici per la convalidazione. Dato tuttavia che i detti nominati fruivano per l'ammissione in Senato di altro o di altri titoli oltre quello previsto dal par. 20 dello Statuto, non sempre i relatori degli Unici sentirono la necessità di procedere a parti­colareggiata valutazione degli eminenti servizi resi alla patria , che sempre veniva compiuta, e talora con notevole e sovrabbondante esame, nel caso che questi eminenti servizi fossero allegati come esclusivo titolo di nomina.
Se ora ci facciamo a considerare nel loro insieme le sette nomine avu­tesi nel biennio 1848-49 per la sola cat. 20a, possiamo agevolmente indi­viduare i criteri che gli uomini di governo succedutisi nella direzione dello Stato subalpino tennero a guida nell'applicazione della norma statutaria.
Nell'esercizio della facoltà concessa al Sovrano dal par. 20 dell'art. 33 dello Statuto si ebbe di mira non tanto di creare mitiche grandezze o di raccogliere in Senato, come in un pantheon delle glorie nazionali, per­sonaggi la cui fama fosse già stata storicamente consacrata (con l'inelimi­nabile pericolo di poter dare qualche passaporto falso per l'ingresso), ma
U L'Azeglio che ora tornato da poco a Torino da un suo viaggio a Londra, accettò volentieri la parrucca senatoriale , poiché, obbligato a lavorare por lo sue pitture di pieno giorno, non poteva andare alla Camera che verso le quattro o lo cinque della sera come si va al cane, mentre per il Senato se la poteva prendere con comodo. Vedi Lettere di M. d'Azeglio a suo moglie Luisa Blondel, Milano, 1870, p. 413.