Rassegna storica del Risorgimento
PARLAMENTI
anno
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1962
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pagina
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419
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Contributo alla storio del Senato del Regno 419
orientato e aperto alle nuove visuali politiche; in quello nobiliare che solo in piccola parte si era inserito nel movimento antidinastico e aveva accolta la soluzione unitaria senza tuttavia impegnarsi a fondo nella lotta come invece era avvenuto nelle provincie lombarde; nella magistratura giudiziaria nei vari ordini e gradi, che godeva, particolarmente in quelli elevati, di molto prestigio per la dottrina non solo, ma anche per un notevole sentimento di indipendenza sui riguardi dei poteri di governo; nel clero alto e basso, potentissimo il primo e dotato di straordinaria influenza nelle sfere politiche, pur attraverso i non infrequenti e ineliminabili contrasti che erano nella tradizione anticurialistica napoletana; nell'alta ufficialità dell'esercito e della marina che annoverava, accanto ai mediocri, elementi di valore e capacità singolari, parecchi insofferenti del governo borbonico e pronti ad abbandonarlo al proprio destino, numerosissimi nella marineria.
Astrattamente considerate le cose, nelle nomine senatoriali per l'ex reame borbonico avrebbero potuto essere applicati gli stessi criteri che si erano tenuti presenti (o che si sarebbero dovuti aver presenti) per le nomine disposte nel Regno di Sardegna, e cioè di fornire alla Camera vitalizia un'equa rappresentanza dei vari ceti sociali corrispondenti alle categorie statutarie. Nella pratica tuttavia non sarebbe stato certamente possibile l'applicazione di un tale criterio organico, perchè per alcune categorie non si sarebbe potuto pensare alla possibilità di qualche nomina: soprattutto per quella degli alti funzionari, tutti strettamente legati alla tradizione dell'amministrazione borbonica e rimasti fedelissimi alla dinastia dalla quale avevano tratto lucri e onori. Eguali difficoltà si sarebbero incontrate nel caso che si fosse voluto applicare la categoria la, e cioè quella degli arcivescovi e vescovi: la quale del resto era stata ben scarsamente adoperata in Piemonte nel precedente decennio.
1) Non mancavano certamente nelle provincie napoletane vescovi liberaleggianti o quanto meno assai tolleranti e di animo mite e conciliante (cfr. R. DB CESARE, op. di., voi. I, pp. 174 e sgg,), ma crediamo che, se anche ai fosse desiderato, sarebbe stato difficile nel 1861 quando la situazione era assai tesa anche in seguito ai provvedimenti in materia ecclesiastica che il governo provvisorio e poi quello luogotenenziale erano venati a prendere, e all'allontanamento del card. Riario Sforza dalla sede arcivescovile di Napoli trovare qualcuno disposto ad accettare la nomina. D'altra parte l'ostacolo maggiore era costituito dalla S. Sede che non avrebbe tollerato la presenza di arcivescovi e vescovi al Senato. Un paio d'anni più tardi un esponente dell'alto clero da mondare al Senato fa trovato nella persona di mona Gennaro DI Giacomo, vescovo di Picdimonte d'AlitV, nominato senatore il 28 maggio 1863. 11 D. G. prestò giuramento e intervenne in alcune discussioni nel Senato. In seguito ai richiami della S. Sede che gl'intima va di lasciare la sede episcopale, il D. G. dovette trasferirsi a Caserta ospitato e soccorso dal Re, e a Caserta concluse la sua vita il 1 luglio 1878. In Piemonte le nomine di arcivescovi e vescovi compiute dal 1848 al 1860 erano state solamente sei (Billct, Corti, D'Angennes, Fantini, Nazari di Cnlabiuna e Novasconi). Dopo il 1860 non si ebbero altre nomine per questa categoria.