Rassegna storica del Risorgimento

DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; TERRA DI LAVORO ; CASERTA ; MOSTRE
anno <1962>   pagina <506>
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LIBRI E PERIODICI
VIRGILIO TITONE, Orìgini della questione meridionale Voi. I: Riveli e platee del regno di Siciliai Milano, Feltrinelli, 1961, in 8, pp. 298. L. 3500.
Un volume equamente diviso in testo espositivo e critico ed in appendice documen­taria inaugura un trittico dedicato dal Titone allo studio delle origini della questione meri dionale. Trittico programmatico, diremmo, giacché lo studioso siciliano ed i suoi colla­boratori si propongono di aggredire il problema sotto tre profili interdipendenti, l'uno dì rilevamento economico e sociale, l'altro d'ispirazione governativa e burocratica* il terzo accentrato sulla feudalità nei suoi diversi aspetti strutturali. Produzione e spirito pubblico, demografia e colore locale, economia ed amministrazione andranno cosi una buona volta organicamente d'accordo a fornirci un quadro vastissimo egiova augurarselo pres­soché compiuto di un problema nel quale tradizionalmente il sociologo si è trovato a con­traddire i risultati dell'agronomo ed il politico a deplorare il formalismo esteriore del fun­zionario di governo.
Se altro non avesse fatto che impostare a questo modo, razionale e sistematico, l'indagine, già il Titone si sarebbe acquisita una benemerenza duratura. Ma egli ha fatto di più. Ci ha fornito un primo esempio concreto, personalmente elaborato, del proprio metodo di lavoro, premettendovi una notizia storica preziosissima ed alcune riflessioni d'indole generale che chiamano invece a qualche precisazione.
I riveli sono la numerazione dei beni e delle anime compiuta per ripartire equamente i donativi votati dal parlamento siciliano. Il donativo trae origine, a partire dalla metà del secolo XV, dalla colletta feudale, e trova non solo la sua origine formale, ma i modi della sua esecuzione, nell'assemblea parlamentare. Quest'ultima, com'è noto, è composta dai bracci, nel pruno dei quali siedono i baroni in quanto proprietari di terra e non quali feudatari (è questa una caratteristica gravissima, che influisce potentemente sui muta­menti interni e sulla progressiva frammentazione della grande proprietà); nel secondo gli ecclesiastici, anch'essi in una veste giuridica difficilmente definibile ma fiscalmente con responsabilità personale e diretta, a differenza dei baroni, la cui quota di contribuzione viene scaricata sulle università; nel terzo, le città demaniali. La misura del contributo viene ripartita proporzionalmente, secondo una certa consuetudine, fra i tre bracci, in modo che, come dimostra il Titone, ed all'opposto dell'opinione corrente, gli ecclesiastici rimangano relativamente aggravati più degli altri ed i baroni in situazione di privilegio nei confronti del demanio (anche se poi di volta in volta andrebbe precisata la proporzione conJe rendite rispettive). Seguono, nel nostro volume, numerose informazioni sul materiale archivistico donde si estraggono i riveli e le platee (descrizioni complessive, queste ultime, di un centro abitato, nel caso nostro Castelvetrano, feudo di casa Pigliateli!), illustrazioni degli elementi, che vi si rinvengono e di quelli assenti, e cosi via. Si tratta insomma d'una documentazione non solo imponente ed organica, ma anche condotta con intelligente minuzia ed articolazione d'indagine: una prova di più, diremo anticipando, che il vizio fondamentale del sistema politico spagnolo non è nell'impostazione generale di governo, ma nel momento dell'esecuzione, al livello della burocrazia periferica e locale, non sufficien­temente controllata dal potere centrale. Ed è a questo livello che nascono quelle collusioni, quelle omertà, quello spirito municipale di fazione che il Titone giustamente denunzia come caratteristico della vita pubblica siciliana, ma che sarebbe moralistico ricondurre alla nequizia dei singoli nomini od all'intemperanza di una razza stratificata ed etero­genea.
La mancanza del senso dello Stato èpropria della vita politica in Sicilia, così alla metà del Cinquecento come ai giorni nostri, né ad essa supplisce quell'apparente autodisciplina che il parlamento s'impone, tassandosi da se stesso. Qui è anzi proprio l'origine dell'in-