Rassegna storica del Risorgimento
DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; TERRA DI LAVORO ; CASERTA ; MOSTRE
anno
<
1962
>
pagina
<
509
>
Libri e periodici
509
civiltà contadina che Salone e soprattutto Levi ci hanno reso familiari, sa di posticcio, di falsamente sentimentale. Ma il succo della frase non è nella sonorità plateale dei briganti e dei cafoni: è nell'indicazione, nella denunzia d'uno precisa volontà, che s'identifica con. una concreta scelta politica. Questo è il senso storico della ricerca di Villari: documentare come e perchè si sia prescelta una via piuttosto che un'altra, non limitarsi al rilevamento ma tracciare una giustificazione. Si tratta di obiettivi posti in luce efficacemente fin nella brevissima premessa, dove il Villari insiste a ragione sulla necessità d'impostare il problema dall'interno, sull'indispensabile prospettiva dialettica unitaria e nazionale, ma senza per essa perder di vista gli specifici connotati meridionali, che esigono, in connessione inesorabile, indagine ed azione su piano locale. Una scelta squisitamente politica di governo, che vanifica le esigenze economicistichc fatte valere post evenium dalla storiografia più recente, fa da spartiacque tra il movimento regionale e quello unitario del problema meridionale. Una scelta parimenti politica, ma di massa, condiziona il nuovo corso della politica meridionalistica, con la funzione liberatoria e di qualificazione del proletariato agricolo espletata dai grandi partiti moderni.
Non senza motivo, pertanto, Villari inizia la sua antologia da Genovesi, sulla base di un problema obiettivo e concreto, quello della terra, elemento ineliminabile e ricorrente nelle rivendicazioni contadine. La terra di Genovesi, si sa, non è campo d'azione di braccianti, bensì di aristocratici e di scienziati, i primi respiranti una cert'aura toscana esplicitamente evocata, i secondi anticipanti il più energico spirito innovatore dell'intellettualismo giacobino e, perchè no?, certe idee di Pisacane. Tuttavia il problema è quello avvertito e denunziato con acuta urgenza da Genovesi non meno che da Filangieri, il quale ultimo, spassionatamente testimoniando su una controversia che dà oggi agli studiosi filo da torcere, stimola i proprietari (e pare che ce ne fosse dunque davvero bisogno!) all'investimento della rendita fondiaria in opere di miglioramento della produzione agricola e di valorizzazione della terra. Siamo già dunque alla soluzione capitalistica che verrà prospettata un secolo più tardi come escamotage di natura polìtica, e sviluppata pertanto in modo socialmente scorretto ed infecondo. Ma questa divinazione del futuro s'accompagna in Filangieri all'onesta denunzia di un male plurisecolare, che paralizzala vita civile nella provincia, le lungaggini procedurali in materia giudiziaria e latamente amministrativa. Ecco dunque un primo scompenso strutturale nell'organismo del Mezzogiorno, questa compresenza di elementi economici, almeno in via d'ipotesi, moderni, e di eredità civile, ambientale, del passato, che fa ad essi da inesorabile freno. Sono piani distinti ma interferenti, che tutta una sezione della storiografia meridionalistica ha esattamente ponderato nella rispettiva validità e vitalità, senza lasciarsi andare a sopravvalutazioni foriere di delusioni e rancori. E lo stesso dicasi per un altro argomento dove le generalizzazioni della storiografia tradizionale hanno condotto a storture di giudizio vistosissime: l'argomento dell'entità e dell'incidenza del feudalismo nelle campagne. Attraverso un inedito di Gallarli (filologicamente il risultato più brillante dell'antologia), Villari apporta un nuovo colpo alla tesi tenacissima e fallacissima che vede il baronaggio non solo debellato politicamente, ma socialmente squalificato e depresso fin almeno dalla metà del Cinquecento. Galiani viceversa è costretto a suggerire provvedimenti molto duri ed energici (che non ebbero perciò seguito) onde scalzare il prodominio tuttora fiorentomente esercitato da un ristrettissimo ceto feudale in Calabria. Ed alla realtà delle campagne e dei suoi abitanti (questo è il gran merito di Villari, non aver indulto ad alcuna suggestione culturale o di colore) ci richiama ancora una volta Io scritto sull'emigrazione abruzzese del Galanti, il solo, tra gli scrittori sette ce ntescM, che imposti consapevolmente su piano di governo una lotta contro determinati ceti sociali e specifici interessi di malgoverno amministrativo. L'arto tra Pagano ed i democratici avanzati in seno al giacobinismo napoletano conclude in modo esemplare questa vicenda illnministica di pensiero e d'azione, su quel terreno del demanio dove le istanze sociali e le soprawivonzo di mentalità giuridica più drammaticamente s'intrecciano in un sviluppo non risolvibile senza l'Intervento dirimente della classe dirigente politica. Quest'intervento si ebbe, e con singolare efficacia, resa purtroppo sterile dalle circostanze, ad opera dei repubblicani del 17* LHmportanza della soluzione
sr