Rassegna storica del Risorgimento
DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; TERRA DI LAVORO ; CASERTA ; MOSTRE
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Libri e periodici
legislativa da essi adottata è non solo nella impostazione politica antifeudale ma soprattutto nel riconoscimento attribuito al demanio come centro e nucleo sociale della vita associata della comunità contadina, con i connessi elementi del lavoro solidaristico, dello sfruttamento comune, della ripartizione territoriale, tutti dati introduttivi all'auto*' governo o almeno all'autonomia democratica.
La pecularietà della situazione meridionale è comprovata dal fatto che, dopo la ventata napoleonica, la struttura delle classi sociali poteva apparire al Blanch pressoché-identica a quella analizzata da Filangieri, arcaica, inerte, ancora remotamente precapi* talistica. Al prcpotcrc economico la borghesia aveva accoppiato legalmente, sistematicamente, quello amministrativo, col controllo delle municipalità. E tuttavìa l'eversione della feudalità non aveva affatto condotto né ad una prospettiva politica innovatrice nò ad una coscienza economica appena più scaltrita ed avvertita. Anzi, l'entrata formale nel baronaggio Testava largamente, come già un secolo e mezzo prima teorizzava Francesco d'Andrea, 1 obiettivo precipuo e straccamente parassitario della borghesia terriera. La quale ultima è un'osservazione preziosa del Blanch, ripresa e fatta valere oggi quasi esclusivamente dal Pedio si articola in due sezioni assolutamente distinte e divergenti, l'ima di piccoli e poveri proprietari, al limite della polverizzazione proletaria, l'altra, ad essa ferocemente ostile, di estrazione burocratica e di funzione parabaronale.
Dopo Blanch vi è un certo vuoto nella raccolta di Vinari, vuoto che si sarebbe potuto forse colmare con qualche pagina del Savarese o del De Augustinis. Si tratta comunque di un'inezia, largamente compensata dalla vivace e stimolante presenza di Carlo De Cesare alla cui testimonianza il Villari con Somma opportunità preferisce far capo anziché agli scritti di uno Scialo-ja o anche di un Manna, troppo presto e radicalmente estraniatisi dall'esatta comprensione della realtà sociale meridionale. De Cesare ci fa toccare con mano-la vitalità e l'impegno civile della scuola economica napoletana, secondo una tradizione illustre, alla vigilia dell'unità. Non era forse ancora politica militante, ma di una seria azione di governo questa solida piattaforma scientifica costituiva l'ineliminabile presupposto. Anche De Sanctis pensava a qualche cosa di simile e non soltanto a Napoli mito e capitale ideale della cultura europea allorché vagheggiava un poderoso aftasciamento d'energie intellettuali come primo passo pel risanamento civile del Mezzogiorno nella cornice unitaria. L'aver lasciato cadere questo contributo autoctono costituisce una delle responsabilità più consistenti della politica di livellamento piemontese, e di conseguenza, indirettamente, con la questione demaniale e quella dell'asse ecclesiastico una delle strozzature nelle quali il processo unitario incanalò il Mezzogiorno, aggiungendo* ai suoi antichi malanni di ordine sociale e civile quelli del dissanguamento economico e fiscale, dell'emigrazione di massa, della pesante inadeguatezza etica e tecnica della classe dirigente. Varrebbe infatti a tal proposito la pena di precisare quanto di artificiosa gonfiatura da parte degli emigrati e dei piemontesi vi sia stato in quel mito della ricchezza naturale del Mezzogiorno che ritardò di un quindicennio, non diciamo l'intervento riformistico ma la semplice assunzione di coscienza blandamente critica da parte dello Stato, fino ad allora ipnotizzato dalle vicende, molto esteriormente intese, del brigantaggio, e dalle esigenze, molto severamente realizzate, del fisco. La stessa relazione Massari, invero, che pur supera lo stadio meramente poliziesco e repressivo nella valutazione del brigantaggio per tracciare se non altro sommariamente le linee distintive delle origini sociali di esso si arresta ad una visione manichea della realtà. Nel Mezzogiorno vi è guerra, ma non sociale bensì civile; non contro i proprietari bensì contro lo Stato (i due termini, tutt'altro che identificati dagli insorgenti, vengono obiettivamente accostati dai moderati). Sicché è necessario procedere ad un'azione indiscriminata che faccia salve le ragioni dell'unità nazionale. È la giustificazione capziosamente patriottarda (ancorché in quel caso, forse, avvertila; in buona fede) che Criapi avanzerà trent'anni più lardi contro ì fasci siciliani.
Occorrerà attendere il 1875, un'atmosfera cioè fortemente elettrizzata e drammatizzata in campo nazionale dal travolgente successo di un'opposizione a scopertissima base meridionale, perchè Pasquale Villari individui i fondamenti principali, ed autentici, della questione. Sono fondamenti, é bene rilevarlo, che aggrediscono il genuino sostrato sociale