Rassegna storica del Risorgimento
DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; TERRA DI LAVORO ; CASERTA ; MOSTRE
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1962
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512 Libri e periodici
tornare ad un rapporto di forze nelle campagne ohe non si distinguo gran che, obiettivu-mente (le mani morte non sono certo andate a finire ai contadini 1) da quello del pieno Settecento borbonico.
Non si può negare, secondo il giudizio forse eccessivamente severo di Giampiero Carocci, che la polemica meridionalistica degli economisti liberisti segni una battuta d'arresto rispetto al penetrante momento riformistico sonniniano di un quindicennio addietro. L'opera di De Viti De Marco, benemerita sotto il profilo tecnico, e per il rinsanguamento e rinnovamento di pensiero che apportò al radicalismo politico, contribuì peraltro a quella dannosa identificazione falsamente economicistica del Mezzogiorno con l'agricoltura italiana fotti cotti?, polemicamente contrapposta ad un ristretto e privilegiato mondo operaio settentrionale, che ha dato esca nel passato alle campagne demagogiche degli Scarfoglio e-suscita oggi la facile reazione dei giovani storici di cui parlavamo. E parimenti alterante della realtà, per la sovrapposizione di schemi del capitalismo più avanzato, assunti acriticamente per il Mezzogiorno, deve ritenersi la consimile e contrapposta tesi di Nitti sull'industrializzazione, volta ad un rassodamento e ad un'intensificazione dello stato di fatto, non ad un suo mutamento, ancorché riformistico. In sostanza sia le generalizzazioni protestatarie di De Viti che le giustapposizioni miracolistiche di Nitti si spiegano e si giustificano (come fa il Villari in una pagina acutissima) eoo la sostanziale estraneità del Mezzogiorno alla visione gioì itti ami delle forze del lavoro e del loro svolgimento dia* leltieo: estraneità che si risolve in una ostilità larvata, o almeno in un impaccio anche questo Villari non lo sottolinea abbastanza per le forze del socialismo politicamente e sindacalmente organizzato. H Mezzogiorno farà dunque da sé, senza (Nitti) o magari contro (De Viti) lo Stato. Si è al punto di rottura della formula unitaria di Fortunato, attraverso l'esaurimento della parabola crispina e dell'espansionismo coloniale che di questo corrusco irrigidimento meridionalistico erano stati i presupposti principali. Il localismo della finanza, del demanio, della consorteria, scompare (e non è detto che sia un bene) davanti al prevalere di un'immagine di massa, indifferenziata, del Mezzogiorno, che verrà condotto sempre più ad identificarsi con la sna classe dirigente, potenziale, come il proletariato agricolo di Salvemini o la pìccola borghesia umanistica di Dorso, tradizionale e mitica, come la riserva di saggezza della nazione in Amendola. Ciò che scompare una volta per sempre, malgrado la dottrina e la potenza intellettuale parimenti incomparabili dell'autore, è il riformismo tecnico, burocratico, parlamentare di Fortunato, che si adegua, sì. all'efficienza amministrativa del sistema giolittiano, ma prescinde da troppi fattori preponderanti (emigrazione, rapporti di proprietà e contrattuali ecc.) per poter incidere durevolmente- sulla realtà civile e sociale del Mezzogiorno, contro la quale naufraga il grande tentativo creditizio e cooperativo esperito del tatto al di fuori delle tradizioni della regione, e naufragano, più pesantemente e dolorosamente, gli espedienti della legislazione speciale, escogitati come vistosi diversivi e palliativi nell'ambito della gagliarda espansione economica delle forze capitalistiche più moderne.
Per una considerazione delle vicende più recenti sulle quali la natura di questa rivista ci vieta di soffermarci adeguatamente, e su cui viceversa Villari insiste con opportuna larghezza le pagine di Gramsci segnano l'apertura dell'epoca nella quale tuttora viviamo. L'immagine di mossa del Mezzogiorno non si è modificata, essa è soltanto politicizzata al massimo, alle soglie della cosciente potenzialità rivoluzionaria, e comunque della costante e sistematica pressione popolare, nelle pagine del leader comunista. Fra esso ed il secondo dopoguerra la politica agraria del fascismo non si segnala se non per l'impotenza dimostrata dinanzi all'opposizione dei grandi proprietari, 9trutturabnenta estranei al regime, eppure in grado di controllarlo e paralizzarlo, rispetto ad ogni tentativo di dinamizzazjono capitalistica delle campagne. Il fascismo à costretto a ripiegare sulle tesi moderatissime del Scrpieri, che valutano la piccola proprietà contadina sotto un profilo socialmente conservatore tìpicamente giolittiano, prescindendo dai risultati economici, con un obiettivo politico che Bossi Boria, quindici anni più tardi, ed in pieno elima di aspettazione riformistica (il binomio siderurgia-meccanica fa pensare invincibilmente, in Saraceno, al tono profetico e miracolistico del binomio aeque-bosehi di Nitti) non osi-