Rassegna storica del Risorgimento
DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; TERRA DI LAVORO ; CASERTA ; MOSTRE
anno
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1962
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pagina
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523
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Libri e periodici 52
LIBORIO ROMANO, // mio rendiconto politicai Locorotondo, i960, in 8, pp. 189. S. p.
Sarebbe indispensabile, volendo dar conto adeguato di quest'opera, che la pietà sagace dei discendenti porge oggi tempestivamente alla luce, soffermarsi in un minuzioso e documentatissimo riscontro che inquadrasse con efficacia l'opera personale del Romano in quello storico semestre meridionale che va dal giugno 1860 al febbraio 1861, nel quale parve che la sua personalità, nel conflitto tra democratici e moderati, tra annessionisti e repubblicani ed autonomisti, fosse la sola in grado di emergere, di sopravvivere con un proprio distinto carattere, con definiti connotati politici. L'importanza del Romano prescindendo qui da un approfondimento del problema, interdettoci dalla sede - consiste precisamente in ciò: nell'avcr manifestato in una forma abbastanza organica e coerente, pur se talora discutibile, la vitalità e la continuità di una tradizione autoctona meridionale schiett aulente politica. Distaccandosi cosi dal tecnicismo, ad esempio, di un Monna come dalle generiche approssimazioni culturali e sentimentali di molti fra gli esuli, il Romano enuclea autonomamente i germi di liberalismo o, diremo meglio, di rigoroso e leale costituzionalismo insiti nel ministero Spinelli durante gli ultimi due mesi di governo borbonico. A quest'esperienza ministeriale, agli uomini che la vissero e la resero possibile, e che dileguarono nell'anonimato all'indomani dell'unità d'Italia, il Romano guarda costantemente con un a nostalgia ed un rispetto che sono indizi di sentita adesione spirituale. Ciò va sottolineato, non soltanto per quanto concerne l'interpretazione del personaggio ma soprattutto ai fini di una valutazione generale, in chiave storica e su prospettiva ormai secolare della fase conclusiva del processo unitario.
In parole povere il Romano reputava che grave errore fosse stato il comprimere o addirittura lo sradicare quelle tradizioni amministrative, giudiziarie, fiscali napoletane le quali, in un ben inteso ordinamento rappresentativo, si sarebbero potute rivelare feconde e talora provvidenziali per tutta intera la vita nazionale. A scagionarsi dall'accusa, in verità affrettata, di doppio gioco e di tradimento. Romano ripete in queste pagine la sua fedeltà, il suo attaccamento ad un regime costitazionale di remota origine, forse pre-quarantottesca, il quale prescinde da dinastie e da elementi formali per configurarsi come la più organica espressione, su piano politico, della vita pubblica meridionale. Si badi: abbiamo scritto vita pubblica, senza specificazione di classe o di luogo, appunto perchè le istanze di Romano ci appaiono ispirate, e sia pure da un punto di vista rigorosamente conservatore, ad una considerazione tutt'altro che angustamente classista, in senso borghese, della realtà meridionale. Qui è il punto. Romano non è certo un demagogo, è ostilissimo a Bcrtani : pure egli testimonia con forza, con schiettezza, la realtà effettiva, l'incidenza obiettiva di certi fenomeni quali Io scioglimento dell'esercito garibaldino o il brigantaggio o la questione demaniale. Nessun proposito sovvertitore, nessun echeggiamento di quei moti incomposti di cui parlano oggi con dileggio gli storici del fatto compiuto (quasi che le rivoluzioni si compissero con misurata compassatezza 1): ma una pura e semplice fotografia dal vero, un rendiconto che non è denunzia ed originariamente neppure protesta, ma che tale fatalmente diviene dinanzi alla cecità sistematica e colpevole delle autorità costituite. Io tal modo le ombre dell'unificazione vengono alla luce (ci si perdoni il facile gioco di parole) pianamente, agevolmente, senza rumore, un po' come un decennio innanzi Cattaneo aveva potuto documentare le responsabilità della borghesia moderata lombardo limitandosi a farla parlare, senza sovrapporvi un'impostazione di tendenza. E Romano riesce a olà un altro punto fondamentale in quanto meridionale vissuto costantemente, ininterrottamente a contatto col suo popolo. In lui non parlano il risentimento o magari l'esperienza culturale europea dell'esule; non parlano neppure i propositi istituzionali, che possono-diventar formalistici, dei democratici. Romano si limita ud osservare, a definire i bisogni ed a prospettare i rimedi. Non gli interessai interpretazione ma gli sta a cuore preliminarmente la chiara, dettagliata conoscenza della realtà. iSgH non è un filosofo né un pedagogo né un apostolo: ma è l'esemplo, purtroppo rarissimo, di una classo politico meridionale ohe avrebbe potuto e dovuto fin dall'inìzio individuare e perseguitela propria specifica funzione nella storia dell'Italia unita. Gli aspetti concreti dall'azione di Romano sono gravemente