Rassegna storica del Risorgimento

DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; TERRA DI LAVORO ; CASERTA ; MOSTRE
anno <1962>   pagina <524>
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Libri e periodici
compromessi da quell'inclinazione strumentalmente demagogica a eoli egli volentieri indulgeva, e di cui sono manifestazioni cospicue la jacquerie del 27 giugno e l'organizza zione militare della camorra (due avvenimenti sui quali sintomaticamente egli sorvola). Ha ciò non sta a significare, se inai, che una lunga desuetudine con gli ordinamenti civili di uno Stato moderna, una diffidenza diffusa anche nelle classi responsabili sull'efficienza e l'imparzialità dell'azione statale in termini di sicurezza pubblica. Queste autentiche incompostezze non sono in fondo che espressioni d'infantilismo tattico, di profonda incertezza sul genere dei mezzi da adottare per provvedere ad una situazione che comunque si avvertiva nella sua urgenza drammatica e complessa. Si sbagliava, ma perchè si tentava, si cercava di operare in un certo senso (che era quello giusto). Allorché questo senso venne definito sommariamente pericoloso o perfino delittuoso, si giunse alla pace ed olla sicurezza, ma all'ombra delle baionette, con le piaghe sociali aperte ed aggravate ed una diseduca­zione politica fomentata dal regime semi-militare ed eccezionale, resa cronica e forse irrimediabile dal fiorire opportunistico della corruzione personalistica e del cliente­lismo locale.
Romano si rendeva ben conto che la massa del paese, quella non dirottamente inte­ressata, come i contadini, alle trasformazioni in corso, non era che indi Gerente sia dinanzi olla costituzione che al regime garibaldino e addirittura all'unità. Per vincere l'atonia (che era poi spesso sostanziale sospensione del giudizio in egoistica attesa degli eventi) non v'era che un mezzo: prendere delusamente l'iniziativa d'una fattiva politica meridio­nalista, interessare, provocare, legare vistosamente le classi borghesi al processo in svolgi­mento. Romano, da buon uomo d'ordine, si guarda bene dall'indagare la struttura sociale ed i motivi del sanfedismo legittimistico dei lazzaroni napoletani; sabota l'invio d'armi e munizioni a Garibaldi; si propone di combattere la rivoluzione. Dea conosce il paese, sa dove sono le piaghe che opprimono imparzialmente cafoni e galantuomini, che paraliz­zano l'azione dello Stato: e perciò il suo operato di conservatore è intimamente rivoluzio­nario, profondamente innovatore. Dal 19 luglio al 6 settembre ben undici disposizioni legislative concernono la riforma del personale della gerarchia amministrativa; il 4 agosto, con Garibaldi, si badi, ancora in Sicilia, e con la ventata democratica ancora ben lungi dell'assumere un qualsiasi carattere di pericolosità sul continente, si sollecita la riparti­zione dei demani fra i cittadini poveri. L'azione concretamente politica, ministeriale di Romano, durante questa sua prima, e dubbia e tempestosa, partecipazione al potere è troppo nota perchè la si debba qui rammentare anche di volo. Ma poiché è Romano stesso che, con sicura coscienza della sua importanza, si sofferma a documentare queste sua appa­rentemente minore attività legislativa, abbiamo voluto imitare il suo esempio con qualche indicazione d'argomenti che restarono poi deplorevolmente negletti.
Nel gabinetto della dittatura Romano si trovò subito a disagio, in una posizione inna­turale. Bertanì lo urtava per le sue idee e per la sua intensissima influenza su Garibaldi; i colleghi Pisanelli, Scinloja, Ciccone, personalmente distintissimi e benemeriti, gli si pale­savano ormai del tutto estranei all'atmosfera riformistica meridionale che egU avrebbe voluto impostare, almeno, onde integrare, o magari correggere, i pericoli così dell'incom­bente livellamento piemontese come della spinta democratica. Rispetto a quest'ultima tuttavia (vedi specialmente p. 51) il pensiero di Romano era di un'onestà che va meditata. Egli giunge a riconoscere che il proposito di Bertanì per un'azione violenta, e magari extralegale, sull'amministrazione pubblica periferica, sarebbe stato salutare. Romano, giurista e conservatore, vi si opponeva per motivi appunto di legalità formale (la rigorosa dipendenza dei governatori dal ministero e non dal dittatore) e di resistenza sociale (i peri­coli di una rivoluzione e non solo non richiesta ma oltremodo pericolosa ): riconosceva peraltro il fondamento e l'utilità di quel punto di vista sotto un profilo politico che in­tendesse essere effettivamente innovatore.
Fermo e severo è il giudizio del Romano sullo luogotenenza Farmi: giudizio, è bene rilevarlo, che non trae affatto origine da un nostalgico vittimismo autonomistico di Napo­letano, bensì si riporta a postulati schiettamente e latamente politici quali lo scioglimento improvvido dell'esercito garibaldino, la mancata convergenza e collaborazione con
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