Rassegna storica del Risorgimento

DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; TERRA DI LAVORO ; CASERTA ; MOSTRE
anno <1962>   pagina <526>
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MARIO MIRRI, Francesco De Sanctis politico e storico della civiltà moderna', lircuze-Mcssrina, D'Anna, 1961, in 8, pp. 3M. Ii.~1800.
Questo è uno di quei libri i quali, cosi nell'argomento come nell'impostazione, e soprattutto nell'obiettivo, 0 conducono ad un radicale rovesciamento dell'interpretazione o lasciano press'a poco le cose come stanno. Certo, non si tratta di tutto accettare o, tanto meno, di tutto respingere. Sono libri clic, nel più mediocre dei casi, segnano un'orma, tracciano una via. Sono libri, insomma, utili, dei quali non si potrà fare ameno nel prosieguo degli studi. E detto ciò, stimiamo che la lode più meritata e più vera al lavoro del Mirri sia stata già tributata. Giacché, allo stringer dei conti, quel tale rovesciamento di cui si parlava prima, e che 1*A. esplicitamente si proponeva, su una tesi suggestiva e audacissima, ma apertissima ai pericoli del generico e dell'inconsistente, quel rovesciamento, malgrado lo zelo, la dottrina, il fervore appassionato, non si può proprio dire che sia stato-ottenuto
La tesi dell'A. (al cui sviluppo nuoce anche un certo metodo espositivo ondeggiante* a continui andirivieni) è presto esposta: egli si propone di ravvisare nel De Sanctis una continuità ideologica democratica e propriamente mazziniana, della quale risultato poli' tico più coerente e ragguardevole sarebbero gli articoli del Diritto (minore importanza FA., non storico di professione, sembra attribuire ad un'esperienza per tanti aspetti più signi­ficativa, come la partecipazione al primo ministero Cairoli) e sbocco culturale più avanzato l'adesione alle teorie del realismo ed all'ideologia della nuova scienza.
Vediamo le cose più da vicino. L'A., procedendo poco chiaramente a ritroso, dal Diritto al 1860 ed al periodo zurighese, si sofferma a discutere la natura dell'adesione di De Sanctis alla linea cavouriana, insistendo nel sottolineare le differenze fra la sua e lo posizioni dei Tommasi e degli Spaventa. Senza dubbio nel critico irpino vi è qualche cosa di più del conformismo meramente propagandistico del medico di Roccaraso e di diverso dalle inclinazioni autoritarie ed eticizzanti del pensatore abruzzese. Egli si è politicamente formato non lo si dovrebbe mai dimenticare alla scuola di quel giornalismo orleanista d'opposizione del quale Larnartine, nel preludio delle sue memorie quarantottesche, trac* da una cosi vivida pittura. L'opinione pubblica egemonizzata, permeata, dai ThiersT dai Marrast, dai Bastide, è al centro del mondo politico del De Sanctis, come protagonista che, malgrado il suo aspetto di massa, adempie ad una funzione assai più dialetticamente liberale che non costruttivamente democratica. Ancora una volta: siamo lontani dalla prassi amministrativa e dal formalismo parlamentare di Cavour, come anche dalle degene­razioni dottrinarie della teoria hegeliana dello Stato: ma siamo anche distanti, se non per quanto concerne un certo qua! moralismo educativo, dal preminente ruolo politico asse­gnato dal Mazzini e dai democratici al popolo in quanto tale, come potenziale massa rivo­luzionaria di remota origine giacobina. De Sanctis non è hegeliano, e l'A. fa bene a ricor­darlo ed agevolmente a dimostrarlo contro le interessate storture critiche di Garose! e De Caprariis, preoccupati di tener fermo alla presunta strada regia ~ del pensiero meridio­nale che da Vico condurrebbe a Croce. Ma che cosa l'A. ci documenta sulla sua altrettanto presunta attiva milizia democratica? Un fiancheggiamento dell'Unità Italiana costellato di reticenze e di supposizioni; un viaggio in Calabria interpretato in chiave cospirativa e settaria, mentre indubbi sono i suoi risultati d'allargamento ed aggiornamento sulle espe­rienze democratiche più avanzate, del Musolino e del Ricciardi, ed altrettanto dubbi i medesimi elementi come cause effettive del viaggio; una lettura dichiaratamente ipotetica del Discorso a* giovani in chiave mazziniana, dove quegli accenni a Dio, a Pio IX, al cuore, che pur non mancano di colpire, possono peraltro ragionevolmente ricondursi a quell'atmosfera giobertiana, solo illusoriamente od equivocamente democratica, che vigo­reggiò floridissima fino alla vigilia immediata di Novara. Questo è tutto, per il periodo qt.arantòtitcsco:Vi.è ci sembra davvéro decisivo. In sostanza l'A. e ciò avverrà più scoper­tamente per il periodo zurigheso e torinese mostra di sopravvalutare certi occasionali accostamenti, certo convergenze personali pienamente comprensibili in situazioni d'esilio e di clandestinità (dobbiamo davvero ricordare certi confusionismi ideologici dell'anti-