Rassegna storica del Risorgimento

ROMA ; MUSEI ; GIOVAGNOLI RAFFAELO
anno <1962>   pagina <699>
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Libri e periodici 699
dopo l'abbattimento manti militari del Governo dì Sicilia senza che la minoranza baronale e borghese che si era accollata la responsabilità si fosse sentita confortata da una diffusa adesione popolare, ì superstiti sulle vie dell'esilio o in patria accedettero facilmente al convincimento che la Sicilia non disponeva da sola delle fòrze necessarie per rinnovare la rivoluzione (p. 29). Non staremo a ricordare le accuse, ben contrarie e contemporanee, del Crìspi, dell'Oddo, del La Masa, del Calvi, sull'azione svolta dalle forze politiche domi­nanti per evitare l'intervento popolare; né ci soffermeremo sui motivi che, nel corso del decennio successivo, inducevano un Raffaele a ritenere necessario l'intervento esterno ed un Settimo o un Torrearsa a respingere l'idea di una nuova azione rivoluzionaria, che lo stesso Falzone, ben diversamente dalla prima prospettiva, e più fondatamente, nella relazione presentata al 39 Congresso di Storia del Risorgimento I picciotti nota che quél che proruppe, invece, sia pure in forma violenta e disorganica, fu la reazione popolare all'avvicinarsi a Palermo delle truppe borboniche (p. 104) ed ammette che quella reazione potesse obbedire a ispirazioni che non erano coordinate con quelle dei superstiti capi del Governo di Sicilia (p. 105) e non al semplice sdegno per le culture manomesse, per le donne insidiate, o per altre possibili manifestazioni di prepotenza (ibid.).
Non possiamo, così, che consentire con il Falzone quando, in Crispi sceglie l'Italia, accennando al Parlamento, alla Deputazione del Regno, all'Apostolica Lcgazia ed al Tri­bunale della Monarchia, riconosce che era comprensibile che i ceti più direttamente interessati ai benefici e privilegi che ne derivavano si sentissero impegnati al mantenimento e all'esaltazione della Nazione siciliana (p. 228), cogliendo, in tal modo, una delle radici storiche dell'autonomismo. E conveniamo pure, per quanto concerne il passaggio Dalla Nazione siciliana alla Nazione italiana, pur non accettandone alcuni aspetti dell'im­postazione, sulla conclusione che l'evoluzione rivoluzionaria siciliana fu antiborbonica e antinapoletana sì, ma anche unitaria; liberale sì, ma non radicale, se non in parte mo­desta (p. 78): conclusione che sarebbe apparsa anche più decisiva se si fosse sottolineata la distinzione fra le radici aristocratiche di certo autonomismo e le radici borghesi dell'uni­tarismo. Ne possiamo negare quanto ci trovi consenzienti, nello stesso scritto, il sia pur circoscritto, ma non equivoco, riconoscimento dell'esistenza di un geloso conservatorismo sociale (p. 68): conservatorismo del quale crediamo di avere individuato i lineamenti in una relazione alla quale il Falzone fa, nelle pagine successive, riferimento alquanto polemico, ma al quale non penserà che riduciamo semplicisticamente le vicende del de­cennio siciliano.
Un contributo prezioso per la sua completezza è, poi, il denso scritto Stranieri con Garibaldi in Sicilia, il quale non potrà non costituire un punto di riferimento per coloro che volessero studiare l'argomento.
Non possiamo, invece, nascondere il nostro dissenso sulla valutazione della rivolta palermitana del 4 aprile e dell'iniziativa del Riso. L'insurrczione palermitana del 4 aprile è di netta orientazione cavourriana e lafariniana , afferma il Falzone (p. 55), negando che il Riso, avesse avuto contatto con i mazziniani (p. 56 e p. 78). Egli stesso, però, confuta il Titone, il quale* sull'accenno generico fatto dal De Cesare ad uno scontro fra il barone Pisani ed il Riso, ha costruito la sua tesi ohe in Sicilia le rivoluzioni si fanno per commis­sione e per gradi gerarchici e la nobiltà e la borghesia non avrebbero creduto compati­bile col proprio rango sociale scendere in piazza . In effetti, il Riso minacciò che, a moto compiuto, avrebbe fatto pagar caro al Pisani il ano ritrarsi dall'azione: il che, se implica che non apparisse ovvio che gli aristocratici non scendessero in piazza, porta il motivo del dissenso sulla decisione di dare inizio al moto insurrezionale. Ma la tradizione, confor­tata dalla documentazione che ancor oggi continua a venire in luce, ha sempre sottoli­neato il contrapporsi della linea moderata, d'ispirazione cavourriana, tendente a mante­nere, ìt desta l'agitazione degli animi, ma anche a rimandare l'azione insurrezionale, alla linea democratica tendente all'inwr rerione: l'impresa di Pilo e Correo mirava, appunto, a forzar la mano ai moderati, in un momento in cui si temeva la loro preponderanza nei comitati della cospirazione isolana. L'iniziativa del Riso, che previene l'arrivo del Pilo,