Rassegna storica del Risorgimento
CHECCHI EUGENIO ; MAFFEI ANDREA ; GIORNALISMO
anno
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1963
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pagina
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273
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Una pagina di storia giornalistica
273
A questo proposito noterò olio il primo libro di mio padre, che gli nacque senza volerlo sotto la penna con una serie di articoli che raccoglievano i racconti fattigli da un giovane fratello, reduce dalla campagna del 1866 nel Trentino e ferito a Bezzccca, è in fondo un libro di carattere politico, per di più polemico, accesamente polemico nella prima stesura sulle colonne della Gazzetta del Popolo; alquanto diploniaticizzato nella prima edizione in volume, stampata dal Telimi di Livorno ed offerta in dono agli abbonati alla Gazzetta per il 1867: più longanime verso il comando, in particolare verso il Nicotera, che comandava H 6 Reggimento Volontari, nella seconda edizione stampata non più anonima poco più di venti anni dopo dal Carrara di Milano, dopo che il Guerrazzi si era giovato non poco delle narrazioni anonime del Checchi nel secondo volume di Il secolo che muore, uscito postumo a Roma nel 1885 (Cfr. Fanfulla della Domenica, a. VII, n. 37, 13IX1885). A proposito di questo suo libro le ben note Memorie alla casalinga d*un Garibaldino , scrivendo sempre al Maffei, Eugenio Checchi osservava con arguzia: ... il libro esce anonimo, e i critici avranno un bel fare d'indovinare chi sia il temerario che osa imbrancarsi con gli scrittori; concetto sul quale poco dopo, in un'altra lettera, torna ad insistere: Eccomi dunque in riga con gli scrittori!!! Finché uno ha denti in bocca, non sa mai quel che gli tocca .
Ci sarebbe, in questo, motivo per dissertare a lungo: un giornalista non è dunque uno scrittore? Uno scrittore non può essere giornalista?
Ma ecco ora due lettere che Andrea Maffei ricevette verso gli ultimi del 1867 da mio padre, il quale gli dava notizia delle proprie peripezie giornalistiche. La prima lettera porta la data di Firenze 28 novembre 1867, e vi si legge:
Carissimo Andrea,
Io faccio conto che tu sia già tornato a cotesto dolcissimo clima che t'invidio di tutto cuore, e ti scrivo di mezzo ai preparativi della burrasca, che ai addensa attorno al Palazzo Vecchio. Nei giorni passati fui anche un po' sbalestrato da un'altra crisi che è scoppiata nella Gazzetta, e che non è finita ancora. Amministrato malissimo, il giornale navigava da parecchi mesi in acque così basse, che la vendita giornaliera, quantunque ancora numerosa, non bastava più a coprire le spese ingenti della stampa. E primo a risentirne i danni sono stato io, che per non perdere quello che l'Amministrazione del giornale mi doveva, ho lavorato, puoi figurarti con quanto gusto, per due mesi senza riscuotere un centesimo. Martedì prossimo si venderà il giornale. Io ho architettato una combinazione, per la quale diventerei con alcuni mici amici comproprietario: essi metterebbero i denari, io la penna. Se la mia combinazione fallisce, il giornale andrà in mano dell'Alvisi che tu devi conoscere, un parabolano che trovò anche un Collegio il quale lo mandò deputato alla Camera. La Gazzetta diventerebbe giornale di Sinistra, e io in quel medesimo giorno della vendita mi ritirerei affatto.
<c Ma un po' di Provvidenza la c'è per tutti, e appunto l'altro giorno fui richiesto a nome dell'abate Prato di Trento di mandare tre corrispondenze alla settimana a un nuovo giornale che si vuol fondare a Trento. Me li pagherebbero quindici franchi ogni tre, vale a dire sessanta franchi al mese. Un altro direbbe eh è poco: a me parrà assai quando vegga ohe sono sicuri, perchè ò meglio una cipolla oggi ohe una gallina domani. Per i giornalisti italiani corrono tempi infelicissimi. Le popolazioni irritate, disilluse, corbellato -per tanti versi non ere-dono più a nulla, e non leggono più. Sicché ehi scrive si trova poi col corto dappiedi. Uno dei meglio provvisti ira i giornali era la Perseveranza ; or bene io ci