Rassegna storica del Risorgimento

FONTI ; POLONIA ; CZARTORYSKI (FAMIGLIA)
anno <1963>   pagina <296>
immagine non disponibile

296
Libri e periodici
Pertanto, la voce del Miceli non rimase isolata, poiché nel 1846 poteva essere pub­blicata, modesto e diligente lavoro d'un anonimo giovinetto, identificato poi nel diciot­tenne Antonio Casati (M. PAVAN, C. Balbo e la questione delle origini italiche, in Rassegna storica del Risorgimento, XLVIII, I, pp. S9-78), una Storia degli studi sulle origini italiche, completo resoconto degli studi italiani e stranieri su tale problema, la cui soluzione ai rite­neva ottimisticamente ormai prossima. Dal 1843 al 1854, poi, si pubblicarono le Medila-siani storielle di Gasare Balbo che, riesaminali.- recentemente dal Pavan, appaiono oggi il più. notévole tentativo di staccare il problema delle origini italiche dal campo stretta­mente antiquaristico su di cui era stato sino allora posto, per introdurlo in una proble­matica pia vasta, quella appunto della wéltgeschicte (Pavan, eli.-, p. 65).
Ma è un errore, tuttavia, credere che il classicismo negli anni cruciali del Risorgi­mento, fosse soltanto sinonimo di reazionarismo, di soverchio attaccamento allo anctent regime; è merito del Treves il continuo riferimento, quasi a volerlo sempre tenere presente all'attenzione del lettore, alla ambivalenza del classicismo. Difatti, il classicismo se, da una parte, con l'antiquaria romana appariva sotto le vesti di un austriacante reazionarismo, contrapponendo alla visione dell'antico, scaturente dalla metodologia niebhuriana, quegli studi d'antiquaria, i soli possibili sotto il governo dei preti, secondo le parole del d'Azeglio, d'altro lato, lo stesso classicismo si rivelava di continuo vitale e produttivo nella cultura e nella formazione degli uomini di pensiero e di azione maggiormente europei del nostro Risorgimento. Un De Sanctis, ad esempio, oppositore irreducibile del classicismo letterario, sottolineava senza reticenze il peso degli studi classici nella educazione degli uomini della sua generazione: Il nostro ideale era Roma e Grecia; i nostri eroi Bruto e Catone; i nostri libri Livio, Tacito e Plutarco (...). 11 classicismo non fu dunque per noi una società morta, fu una nuova società sotto nomi antichi. Prendemmo il nome di patria circondata dall'aureola di tutta l'antichità e ci ponemmo di fondare la patria moderna. Gli eroi di Plutarco generarono gli eroi del '99 (pp. 41-42).
Così, mentre la cultura romantico-risorgimentale rivendicava una umile Italia che richiedeva la conquista di Roma alla Penisola, naturale capitale di uno Stato nazio­nale, il classicismo romano-reazionario tendeva ad innalzare Roma al di sopra di ogni rivendicazione nazionale, isolandola dal resto d'Italia con l'assegnarle un ruolo univer­sale di capitale della cattolicità: ma in ambedue le tendenze era comune il retaggio clas­sico, troppo evidenziato nella seconda, ma presente anche nella prima, proprio nella scelta di Roma, e non di Milano, di Firenze o di Napoli, a capitale naturale della nuova Italia. Come è stato ben messo in luce dal Treves nella sua introduzione alla già citata silloge de ho studio della antichità, classica nell'Ottocento, la dicotomia della cultura italiana non è da ricercarsi nell'opposizione tra classici e romantici, ma tra cultura storica ed erudi-dizione astorica, impegnata e moderna, la prima, non adeguata ed impegnata solo nella ricerca, impossibile ed antimoderna, dello sterile tentativo di contrastare l'avvento di una cultura, per cui sola potesse nascere ed in cui sola potesse affermarsi la nuova patria italiana (p. XII), la seconda.
Urtava, soprattutto, come si è detto, contro la concezione universalistica di Roma caput mundi , la nuova storiografia del Nicbhur, che gli antiquari consideravano un pericoloso avversario della loro impalcatura romulea, accomunati, peraltro, in questo antiniebhurismo, alla storiografia cattolico-liberale e all'estremismo gesuitico antixomano ed antipagano.
A chiarimento delle sue tesi, il Treves insiste nel delineare le differenze, anzi, il distacco tra le ideologie del conformismo cattolico ed il cattolicesimo liberale, o neo-guel-iismo, come si disse. Caratteristica, nell'ambito del primo, fu la posizione di Carlo Fea, tessitore delle lodi di Romolo e di Roma, o di Angelo Mai. Il Fca poneva la Roma pagana come mia premessa necessaria alla universalità della Roma cristiana, ansi strumento di quest'ultima, e concludeva nella convinzione ohe il possesso della Santa Sede, nel suo temporale sono cosi dimostrati, con giusto analitico raziocinio, eli dirittio divino, a priori (p, 61). ho scopritor famoso , Angolo Mai, concordava coi Foa nella celebrazione di Roma cristiana erede di Roma imperiale, anzi si faceva assertore della superiorità della