Rassegna storica del Risorgimento

FONTI ; POLONIA ; CZARTORYSKI (FAMIGLIA)
anno <1963>   pagina <298>
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Libri e periodici
razione apparve netta, poiché da una parte si rimase ancorati al terreno dell'erudizione e dei contributi particolari, e dall'altra si cadde inesorabilmente nella retorica nazionalistica o pseudonazionalistica, spesso non sostenuta da una tempra e da una cultura adeguata.
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La crisi del Cinuuantauovc è dal Trcves vista ed esaminata attraverso Io spoglio della cult ura lombarda e di quella toscana di quegli anni di difficile travaglio spirituale e politico.
Il Treves nota nella cultura lombarda una maggiore apertura ai problemi europei* rispetto alla contemporanea cultura toscana e meridionale, derivata dalla trascorsa appar­tenenza ad una grande monarchia europea, nonché una maggiore e consapevole mentalità borghese. Questa cultura, che rappresentava, pertanto, il meglio dell'Italia di recente unificata, ebbe, per il Treves, il merito, o il demerito, di non voler approfittare del mer­cato di cattedre per meriti patriottici e conseguentemente rimase in disparte dalla cultura ufficiale del Paese e ben presto trovata noiosa, dimenticata e spesso accusata di dilettan­tismo. Eppure troppo storicamente aggiornata era tale cultura se, non partecipando alla ricelebrazione del mito di Roma con i paludamenti e gli orpelli del nascente nazionalismo, anticipando lo stesso Mommscn, andava a riscoprire il valore moderno di Cicerone, Cesare e Mario. Questo equilibrio storicistico, per usare le parole del Treves, che faceva dei Lom­bardi i più europei degli Italiani del tempo (p. 124), permetteva loro di avvedersi e di rendersi conto delle forze vitali del mondo, intravedendo il prossimo contrasto ideologico tra America e Russia, come in alcune pagine del Tenca del 1853.
Questa maggiore apertura europea che i Lombardi immisero nella loro cultura e per cui rimasero incompresi ed un po' in disparte dal resto d'Italia, però può essere riguar­data, come fa lo Chabod, come un limite oltre il quale non riuscirono a spingersi, in tanto accomunati agli altri settentrionali. Essi non si accorsero, per lo storico valdostano, che ormai il prossimo futuro dell'Italia stava sempre più spostandosi verso il Mediterraneo, sulle cui non sempre pacifiche acque dovevano ben presto impegnarsi i destini, non soltanto militari ed espansionistici, della Terza Roma, della Terza Italia.
La cultura toscana è dal Treves ritratta attraverso l'opera onesta, realistica e corag­giosa di Giuseppe Tigri, il neo-guelfo ed umanista abate, a torto ignorato e spesso immeri­tatamente spregiato.
Tra classicismo e neo-guelfismo, il Tigri dei Canti popolari e soprattutto del Mon­tanino, lamentando l'assenza nella poesia popolare toscana di motivi patriottici, attri­buiva una tale lacuna al fatto che la Toscana per troppo tempo era rimasta divisa in piccoli Stati, sovente in lotta, tra di loro. Questa anche causa della naturale avversione dei mon­tanini alla guerra, specie se condotta in veste di alleati di quel Bonaparte il cui nome risuonava di lutti alle mamme ed alle spose di Toscana. Ma il Tigri era troppo storico per ignorarei vantaggi, anzi la necessità, di una alleanza, contro l'Austria, con Napoleone III, desiderabile, oltretutto, ai suoi occhi, come garanzia di perbenismo al suo sentire di Jihrrnl-monarchico. Nota il Treves come in questo suo atteggiamento il Tigri procedeva nel solco manzoniano, anzi, l'abate, si riteneva divenuto dopo il 18S0 più unitario ed universalmente italiano dello stesso Manzoni (p. 186).
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Si è detto come I primi decenni della vita culturale italiana dopo l'unificazione fossero caratterizzati dalla rottura tra filologia e storia. Le nuova generazioni, distanti ormai dai campi di battaglio, si riversarono sulle biblioteche e sugli archivi, traendone quella imponente mole di studi filologici culminati nella Rivista di Filologia , nel cui programma, tuttavia, il Treves scorge una sopravvivenza spesso inconsapevole del prò-