Rassegna storica del Risorgimento

FONTI ; POLONIA ; CZARTORYSKI (FAMIGLIA)
anno <1963>   pagina <299>
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Libri e periodici 299
gramraa ncogiielfo (p. 195). Pertanto, il mito di Roma, a causa di questo divorzio tra scienza e vita, doveva necessariamente rimanere affidato a quella categoria di non tecnici delle lettere e della politica, ormai padroni del campo nella vita italiana. L'esigenza di un ritorno alla storia fu particolarmente sentita dalla coscienza eminentemente storica di Gaetano De Sanctis che in quegli anni si propose al di là di qualsiasi velleità di scuola, di intendere sul piano storico le frammentarie esperienze dì decenni di studi di filologia.
Ettore decotti, per la sua origine meridionale direttamente a conoscenza di quelle lotte agrarie e di quei contrasti tra proletariato urbano e contadino* che altri avevano scoperto nei libri di Weber, di Meycr e di Pòhlmann, si disse e sembrò davvero orientato verso i canoni della storiografia marxista. Ad ogni modo, l'opera del Ciccotti sembra al Treves, per il suo carattere di stabilità e quasi di immobilità un insigne documento del* l'Italia migliore (p. 231), in un ventennio coi, sempre a giudizio del Treves, rimase sempre estranea La storia. Sin dal suo primo lavoro, La costituzione cosidetta di Licurgo (1896), il Ciccotti mise inizio a quella liquidazione degli ideali romantico-risorgimentali che completò più tardi nel Tramonto della schiavitù. Insediatosi nella cattedra di Storia antica dell'Accademia di Milano, il Ciccotti vi pronunziò la prolusione, rimasta famosa, Perchè studiamo la Storia antica? (1891), che ottenne gli elogi soverchi, a giudizio del Treves, del Bonghi e del Croce. Il tramonto della schiavitù e La guerra e la pace nel mondo antico, opere obbiettive, scientìfiche, ma difficoltose e gravi, secondo le parole del Treves, non sembrarono sufficienti per ottenere al suo autore la cattedra di Torino, ma solo gli procurarono quella segregazione di Messina durata ben ventìcinque anni, sino, cioè, al conferimento della cattedra di letteratura latina al Magistero di Roma, seguito poco dopo dal laticlavio, ottenuto dal professore socialista per interessamento del suo ex-allievo Alessandro Casati, solo nel 1925.1 Confronti storici (1930) ed il Profilo di Augusto (1938), 3 primo riproponendo temi ed indirizzi anglo-francesi, anzi richiamandosi soprat­tutto all'antiromancsimo del Freeman, e il secondo scritto forse con qualche sacrificio per il militante assertore fedele del materialismo storico (p. 257), segnarono le ultime tappe dell'attività storiografica del Ciccotti.
L'opera storiografica di Guglielmo Ferrerò, accusata di dilettantismo dai maggiori critici italiani suoi contemporanei, irrisa, e confinata dal Croce nel romanzo storico (Storia della storiografia italiana, Bari, 1947, voi. Il, p. 151), stroncata dal Gramsci che vedeva in essa una serie di banalità delle più trite e volgari (Note al Machiavelli, Torino, 1955, p. 357), ha trovato di recente una autorevole positiva valutazione nella Storia romana e storiografia moderna di Santo Mazzarino (Napoli, 1954, pp. 47-48). Il Mazzarino, pur respingendo la tesi ferratiana del carattere ciceroniano del principato auguBteo, in contrapposizione alla monarchia orientalizzante di Cesare, tesi ripresa poi dal Meycr e riecheggiente, forse inconsapevolmente per Ferrerò, la celebre teoria della diarchia del Mommscn, riconosce allo storico subalpino e il largo respiro di interessi sociali che caratterizzava Grandezza e decadenza di Roma, e che meritava l'interesse di Eduard Mcyrr (Storia romana e storiografia moderna, cit., p. 48, v. anche, id., Trattato di storia romana, Roma, 1956, voi. II, p. 74).
Il Treves nell'approfondire la rivalutazione della storiografia di Guglielmo Ferrerò, rileva che la sua opera fu forse runica in Italia, in quegli anni, ad avere una certa riso­nanza oltre 1 confini ed a contare numerose traduzioni. Il Ferrerò, sostiene il Treves, fu tra i primi ad intuire l'affermazione, contro la aristocrazia fondiaria senatoriale, di una nuova borghesia, più italiana che italica, mercantile o risoluto od emigrare, oltre che a rilevare il già notato contrasto tra Filippi ed Azio, tra il programma di Antonio, cesuriano ed orientalizzante e quello di Ottaviano, italico, senatorio e pompeiano. Certe scoperte ed anticipazioni del Ferrerò, noto il Treves, furono poi apprese dalla storiografia italiana attraverso la mediazione di storici stranieri, quali, oltre il già citato Mcyer, il Careopino e Rice Holmes. Cosi avvenne che De Sanctis nel 1929 vide nella battaglia di Azio la vit­toria del principato civile, di origine e tradizione romano, sulla monarchia ellenistica, già sperimentata da Cesare; il che era quanto aveva affermalo, in Grandezza e decadenza di Soma, proprio il Ferrerò nel 1902. Il medesimo destino toccò ad una delle ultime opero