Rassegna storica del Risorgimento
FONTI ; POLONIA ; CZARTORYSKI (FAMIGLIA)
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1963
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313
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Libri e periodici! 313
à da costrìngere il Governo ad ordinare la mobilitazione generale. D'altra parte, nel maggio, come ci risulta dai colloqui frequenti dell'ambasciatore francese duca di Mou-tcbcllo a Pietroburgo con il principe Gortschakoff (colloqui notificati di volta in volta al ministro a Parigi) l'Imperatore era molto ce angosciato per il doppio gioco clic, a suo avviso, aveva fatto sino alla fin dell'aprile tra Vienna e Parigi Lord Malmcsbury, il quale lo accusava con gli intimi senza posa di aver guastata tuttala questione dell'Italia con la sua proposta del marzo del congresso europeo, questione che egli invece avrebbe indubbia mente risoluta, se non subito, almeno a poco a poco, mediante la collaborazione del suo valente diplomatico Lord Cowley. La verità (aggiungeva il principe) era che la mediazione era fallita proprio per le sue controproposte nebulose e irrealizzabili, come quella del disarmo generale e che se ora egli si rammaricava, lo era soprattutto per l'aver perduto il suo ambito ruolo di mediatore. Lord Malmesbury, in verità, non cessò di darsi da fare per promuovere altri congressi o meglio conferenze, sempre con l'intendimento di averne la direzione, sino a poco prima che fossero firmati i preliminari di Villafranca. destando i sospetti della Russia e della Francia per i suoi passi spesso arbitrari. Harry Hearder in un suo denso articolo sulla politica di Lord Malmesbury verso l'Italia nella primavera del '59, articolo equilibrato e, nell'insieme, abbastanza sereno, comparso nel 1 fascicolo del 1956 su questa rivista, scrive che ben pochi uomini politici si sono come lui prodigati per una nobile causa, e cioè per la preservazione della pace e senza alcun vantaggio diretto per il suo paese. Ma l'autore pare a me dimentichi che l'Inghilterra invece agì con tanto slancio anche perchè dominata dalla continua preoccupazione che le velleità espansionistiche di Napoleone potessero mutare a suo danno la situazione politica in atto. Piuttosto ha perfettamente ragione l'Hearder di attribuire il fallimento completo di tutti i maneggi del Malmesbury alla sua deplorevole mancanza d'intuizione, cui va aggiunta anche, a mio debole parere, una, a volte, incredibile faciloneria. Ma sovrattutto (quel che è peggio per un uomo di governo) egli ebbe degli, avvenimenti tempestosi di quel breve periodo una concezione assolutamente antistorica, poiché non comprese che i protagonisti erano deliberati di riuscir nel loro intento (come in effetti riuscirono, malgrado le pressanti resistenze delle Potenze europee) ad ogni costo né ebbe alcuna stima di Cavour, che riteneva quasi un poveruomo mentre appetto a lui era un gigante, e non ebbe nessun sentore mai, ncanco mimmo, di quel che bolliva nel cuore degli Italiani.
Il 26 aprile, appena scaduta la data fissata dall'Austria per la risposta al suo uìti-matum, Cavour dichiarava la guerra contro l'Austria e indirizzava due nobili proclami, l'uno ai Popoli del Regno e il secondo ai Popoli d'Italia , nei quali affermava di combattere per il diritto di tutta la Nazione . Frattanto l'esercito piemontese si veniva concentrando tra Casale e Alessandria in attesa di Napoleone*
Il baldanzoso e sprezzante generale austriaco Giulay (nativo però dell'Ungheria), governatore del regno del Lombardo-Veneto, a cui era stato affidato il comando dell'esercito combattente, forte di oltre 120 mila uomini, pochi giorni dopo invase il Piemonte con la speranza di sbaragliare le 5 divisioni piemontesi, prima che i due eserciti alleati si congiungessero* ma dovette ben presto arrestarsi, perchè nel Vercellese il Genio militare sardo, aiutato dai villici a sbarrar strade e ad abbattere argini, aveva inondato la pianura. A Montebello il 20 maggio ci fu il primo scontro tra gli avversari: poche migliaia di Piemontesi in perlustrazione con alcuni Zuavi ricacciarono sanguinosamente circa 50 mila soldati austriaci dell'ala sinistra dell'armata che si eran illusi di aver di fronte un numero assai, più elevato di combattenti. E in errore cadde pure il Giulay, che credette che l'esercito franco-sardo volesse invadere la Lombardia per la via di Piacenza, e così, con una falsa manovra (egli che si stimava emulo di Radatzky, morto l'anno primai) facilitò agli alleati la marcia verso Milano. Ceree Invano di interromperla, tant'è che alcuni giorni dopo, e precisamente, come ognun sa, il 4 giugno a Magenta (i suoi uomini eran 61.200 di fronte a 48.090 franco-sardi!) dovette subire una terribile sconfitta, sì da costringerlo ad abbandonare II Ticino. Fu allora che il biondo Imperatore ventino venne Francesco Giuseppe, avido di gloria, venne in Italia, e, licenziato il Giulay, assunse egli stesso, con a fianco il maresciallo Hess, il comando di tutte le truppe, le quali eran nel complesso ancora assai