Rassegna storica del Risorgimento
FONTI ; POLONIA ; CZARTORYSKI (FAMIGLIA)
anno
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1963
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pagina
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314
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Libri e periodici
salde (ma altre ne giungeranno di rincalzo mano a mano) e le raccolse presso il Quadrilatero intatto e fortemente difeso.
La notizia della battaglia di Magenta in un primo tempo (eccetto che a Parigi e a Pietroburgo) giunse piuttosto confusa, tanto che in molte città e specialmente nelle neutrali, (come ad esempio a Bruxelles) fu interpretala come una vittoria dell'Austria. Ma quando si ebbe la certezza dei vero, mentre giungevano alla Francia le vive felicitazioni dei paesi amici o simpatizzanti (lo Zar inviò al fronte all'Imperatore dei Francesi una lettera elogiativa personale) quasi tutta la Germania, compresi gli sta torelli minori, ma particolarmente la Baviera, furono invasi dalla paura. Non vi è alcun uomo (cosi scrivevo' al Walewski l'ambasciatore Mencval) né ministro né borghese ne artigiano che non attribuisca a Napoleone il disegno d'invadere le province renane. E tutti i giornali* sobillati, come di consueto da Vienna (e specialmente la Gazsettadi Asburgo), quotidianamente eran pieni di calunnie dirette alla Francia, di stupide menzogne e d'invenzioni balorde di ogni geuere. Ma Vienna era ancora lontana dall'essere scoraggiata. Gli idealisti tedeschi speravano ancora in una vittoria definitiva (ma tra codesti van compresi gli nomi d'affari e i capitalisti in possesso di titoli austriaci che andavano subendo di di in dì una spaventosa depressione); però in segreto molti patriotti sinceri consideravano l'umiliazione toccata a Magenta all'esercito austriaco come un giusto castigo.
La Prussia, sino allora riluttante ad ogni sollecitazione dell'Austria di scendere anche essa in campo per difendere il fronte sino al Reno assicurando cosila vittoria sui campi lombardi, comincia a capire che anch'essa deve far qualcosa e perciò propone alla Dieta di mettere a disposizione della Germania sei Corpi d'armata, ma solo per salvaguardia, non per partecipare al conflitto, perchè essa non nascose mai, neanche nei momenti piò.difficili, il suo proposito, cioè che la Germania non dovesse essere coinvolta nella contesa se non quando (come già abbiam fatto cenno) fosse dalla Francia intaccata nelle sue proprie terre. Ma la situazione bellica in Italia andava precipitando. H 24 giugno, per una tattica errata dell'Imperatore, gli Austriaci soccombevano a San Martino e a Solferino. Secondo il Di Nola le forze combattenti eran quasi eguali: 118 mila gli Austriaci e 110.500 a un di presso i FrancoSardi; ma numerosi furono i feriti e i morti da ambo lo parti: 3982 feriti e 869 morti dell'armata sarda, 8530 feriti e 1622 morti dell'armata francese; e dell'armata austriaca 10.807 feriti e 2292 morti, cui si devono aggiungere 8638 dispersi. La brillante vittoria franco-sarda fu salutata non solo in Italia e in Francia con manifestazioni entusiastiche ma, eccetto che in Austria, ove immensa fu la costernazione, in tutta l'Europa con sincere ammirazioni per il valore dei combattenti franco-sardi e in particolare per la strategia e il coraggio personale di Napoleone. Anche nella Germania (come lo comprovano i giornali di quei giorni) unanimi furono il malcontento e lo scoraggiamento nell'opinione pubblica e in tutte le classi sociali. Negli Stati ove era xncn valida l'influenza viennese (così, ad esempio, nell'Hannover) si deploravano apertamente le insufficienze delle truppe austriache e l'incapacità dell'Imperatore che ne era il capo, e si ammetteva incondizionatamente persino negli ambienti della Corte, dagli stessi aiutanti di campo del Re, la superiorità del capo dell'armata francese. Anche alla Dieta le proposte per l'invio di rinforzi all'esercito austrìaco furori discusse piuttosto con indifferenza e senza raggiungere lì per lì risultali unanimi e concreti, tanto più che Berlino non intendeva (come si espresse senza ambagi il 4 luglio il ministro degli esteri al Principe di Windiscligructz, mandato in missione da Vienna per implorare soccorso) impegnare il suo esercito in una guerra che avrebbe potuto assumere man mano grandi proporzioni* e a cui neanco tutta la Germania unita avrebbe potuto far fronte. Non c'era, secondo Berlino, che una via di scampo: cercar di mettere fine alle ostilità con una mediazione con le armi al piede al comando del Reggente e con l'appoggio della Rustia o dell'Inghilterra. E per l'appunto egli cercò di trascinar per le lunghe i colloqui con il Principe, con gran dispetto di lui, poiché era in attesa della risposta dell'Inghilterra, o meglio, della regina Vittoria che trovava! allora ad Alderskot, di accettazione MY inietta, da concertarsi definitivamente a Berlino tra le Corti neutrali per sottoporla al giudizio di Francesco Giuseppe* benché ri sapesse che egli era riluttante ad ogni ragionevole accomodamento. La proposta era stata formulata
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