Rassegna storica del Risorgimento

NAZIONALISMO ; STORIOGRAFIA
anno <1963>   pagina <404>
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Raffaele Molinelli
Ci sembra però ohe tatto ciò non sia sufficiente a giustificare lo scatenarsi degli imperialismi dell'ultimo trentennio del secolo scorso e di quelli del nostro secolo. Giustificare questi, come sembra fare il Carr, con il sacro egoismo nazionale è scambiare, secondo noi, quella che è stata la giustificazione soggettiva degli ideatori di tali imprese per la loro sostanza reale. Significa trascurare troppi elementi, fondamentali a nostro avviso, come la corsa ai mercati e alle fonti delle materie prime, che si verifica in seguito al processo di industrializzazione europea e mondiale; come l'accaparramento di estesi territori per un eventuale sfrutta­mento agricolo, la ricerca di punti strategici e commerciali, la volontà di potenza e il senso del prestigio militare di certi circoli dirigenti. Fenomeni lutti che non richiedono necessariamente resistenza di Stati nazionali.
D'altronde il nazionalismo, sia detto en passant, attraverso l'esaltazione e la glorificazione della nazione, mira a realizzare la volontà di espansione e di potenza dello Stato, che proprio in seguito a tale espansione perde i suoi con­notati di Stato nazionale. Il nazionalismo, in realtà, ripropone il problema della politica internazionale in termini settecenteschi, anche se non dinastici: in una politica di potenza e di conquista in cui l'idea di nazionalità, principio di libera­zione di popoli oppressi, si annulla in un ritorno alla politica dei popoli-armenti.
Ci si potrebbe però obbiettare che proprio l'Italia e la Germania, i cui mo­vimenti di liberazione sono stati assunti quasi a prototipo delle rivoluzioni na­zionali del secolo XIX, sono state le protagoniste dei due più spericolati imperia­lismi-totalitari della prima metà del nostro secolo.
Secondo noi, però, anche tale constatazione non è probante ai fini della dimo­strazione della tesi della continuità storica e qualitativa fra i due ordini di feno­meni. Infatti l'unità italiana e quella tedesca non sono la premessa agli imperia­lismi successivi in quanto realizzazioni di Stati nazionali, ma solo in quanto creazioni di unità statali di un certo rilievo, nelle quali e per le quali soltanto si possono verificare certi fenomeni economici e politici come quelli dell'impe­rialismo. La nascita troppo recente di tali organizzazioni statali spiega, poi, la fragilità delle loro strutture, che non ebbero la possibilità di consolidarsi e di allargarsi per poter impedire l'affermazione del totalitarismo nel dopoguerra. Essa servì pure, in parte, di giustificazione alle classi dirigenti totalitarie dei due paesi per la loro politica espansionista, in ritardo su quella degli altri Stati pia vecchi. E, siccome si trattava di classi politiche del tutto diverse, anche il loro imperialismo ebbe connotati mai prima sperimentati. Esse erano state por­tate al potere anche dal clima nazionalista e imperialista del dopoguerra, im­pregnato di pretese territoriali e di ripartizioni di bottini coloniali, di umiliazioni e di prostrazioni economiche, erigendosi quali forze vindici e riparatrici di vit­torie mutilate, di paci imposte, di spazi vitali negati. Ed entrambe, chi con mi­nore e chi con maggiore coerenza e continuità, dovevano porre tali questioni sul tappeto della politica intemazionale e tentare di risolverle oon quei metodi di lotta, loro connaturati, che le avevano portate al successo nella vita politica interna.
Concludendo, si potrebbe dire che in questo caso le responsabilità delle rivoluzioni nazionali sono quelle di avor creato unità statali più, ampie, le cui giovani strutture ai sono dimostrate troppo deboli per poter risolvere attraverso la pratica liberale la crisi del primo dopoguerra, a differenza invece di quanto poterono fare le più vecchie e Collaudate organizzazioni statali.