Rassegna storica del Risorgimento

FONTI ; POLONIA ; CZARTORYSKI (FAMIGLIA)
anno <1963>   pagina <438>
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438 Litri e periodici
ramante le condizioni miserabili dei contadini nelle campagne e rimproveravano i pro­prietari, gli stessi che erano pronti a deplorare i danni dell'emigrazione, perii loro assen­teismo. D'altra parte la letteratura del tempo la ricerca del Manzotti è attenta anche a onesto aspetto è piena di pietà e lagrime per la dura sorte degli emigranti. Ma sono voci isolate, denunzie o moti di sentimento ohe non sì traducono in atteggiamenti politici abbastanza diffusi per condizionare la linea di condotta dello Stato. Nel complesso il giudizio sull'emigrazione resta moralistico, esteriore e formale, quando non diventa addirittura polemico: vi e chi indica nel desiderio dell'ozio la maggiore spinta all'emi­grazione e quelli stessi che si disinteressano, in patria, delle condizioni dei contadini mani­festano poi patriottiche preoccupazioni per il bnon nome d'Italia all'estero, offeso dalla presenza di turbe miseràbili di emigrati.
Oggi che la ricerca storiografica sulla vita italiana postunitaria pone al centro della sua attenzione il rapporto fra Stato e società intendiamo bene come l'emigrazione, nelle forme in cui si e attuata, per i motivi che l'hanno determinata, sia stata un segno assai evidente della insufficienza delle nuove strutture, una risposta disperata e drammatica della società contadina alle inadeguatezze del nuovo Stato. Ma il quadro delle reazioni delle classi abbienti e dei ceti dirigenti italiani, che il Manzotti ha ricostruito in attente e documentate pagine, accentua il senso di questa frattura, aggiunge alla visione dei disagi reali la nota di una profonda incomprensione del paese legale .
Dopo il 1880 le "voci contro l'emigrazione si fanno meno frequenti, appare in piena luce la ineluttabilità di un fenomeno che, nel clima culturale del positivismo, sembra di­scendere da leggi e forze naturali; fenomeno tanto naturale che il Depretis si chiede persino, rispondendo in Senato ad una interpellanza di Diomede Pantaleoni nel 1883, se il governo abbia davvero qualcosa da fare. Poi si fa strada la preoccupazione di un intervento dello Stato a garanzia degli emigranti, si avvia una legislazione sulla emigrazione, che non andrà però molto al di là della tutela sino al momento dell'arrivo in terra straniera, tutela perciò essenzialmente giuridica contro gli speculatori o nei confronti delle compagnie marittime, e non invece tutela di carattere sociale.
Ih sostanza anche nella nuova fase, che senza sostanziali mutamenti di indirizzo si estende lungo tutto il periodo giolittiano quello in cui l'emigrazione ha raggiunto le dimensioni più imponenti con l'espatrio, nel 1913, di circa 800 mila Italiani l'attenzione della classe dirigente appare prevalentemente rivolta agli aspetti politici ed economici del fenomeno, più che a quelli sociali. Come prima ci si preoccupava dei possibili danni dell'emigrazione per l'economia e per il prestigio italiano, ora si guarda ai benefici che da essa derivano sul piano economico e su quello politico generale. L'emigrazione appare, come fu di fatto, un coefficiente essenziale per l'equilibrio della nostra bilancia commer­ciale con l'estero, un validissimo sfogo alla pressione sociale e, quindi, uno strumento effi­cace di conservazione e di tutela dell'ordine interno; il mezzo, infitte di una penetrazione economica all'estero. La preoccupazione per gli emigrati rimane invece in secondo piano.
Si distinguono, anche in questo periodo alcuni uomini del mondo liberale più. attenti ed aperti: le pagine del Manzotti ci presentano, ad esempio, un Di San Giuliano, incline a vederelHnteresso dell'Italia nell'interesse dei suoi figli disseminati perii mondo (p. 165), finissimo nel denunziare le insufficienze della sua classe politica. Il fenomeno emigratorio, scrìveva Di San Giuliano nel 1905 sulla Nuova Antologia , e malefico perche è bene­fico; attenuando il disagio dei lavoratori e i pericoli di disordini, e di difficoltà interne addormenta l'opinione pubblica fa dimenticare la necessità di affrontate presto sul serio il problema della emigrazione e della colonizzazione, poiché gli Italiani, e specialmente i più fra gli nomini politici nou amano occuparsi d'altro ohe delle difficoltà della giornata ed elevano la miopia politica a sistema di governo ed a sinonimo di sapienza politica (p. 166). Ma sono, appunto, onorevoli eccezioni che conformano l'impressione generale di una classe politica che non concepisce tanto lo Stato come strumento por soddisfare le esigenze della società, ma piuttosto si preoccupa della conservazione formale e del prestigio dello Stato e finisce, non di rado, per subordinare gli interessi della società a quelli dello Stato.