Rassegna storica del Risorgimento

ROMA ; CAPELLO LUIGI ; MUSEI
anno <1963>   pagina <565>
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Libri e periodici 565
di contrappesi e di integrazioni ascendenti, facendo sorgere invece parallelamente tutti i corpi amministrativi locali da uno stesso grembo elettorale, in modo che tatti alla fine apparvero su uno stesso piano, senza legami tra loro . Ed accade che proprio l'esclusione dello Stato dagli enti locali sollecitò il suo rafforzarsi nella roccaforte dcU'ammiuistra-zione centrale, premessa di un accentramento dei controlli sempre più rigoroso (pp. 10-1 105). Accadde cioè che per far fronte all'estendersi del principio rappresentativo-clcttivo lo Stato si volle garantire da che le decisioni ai diversi livelli potessero tradursi in atto senza l'approvazione governativa. Al che commenta 1*Autrice che, se simili misure in uno Stato moderno erano nella sostanza inevitabili, forse furono eccessive per to t alita-rietà e rigore: le libertà locali cessarono di esistere nel preciso momento in cui nascevano (p. 107).
Dopo un rilievo del genere, diventava necessario allargare un poco il discorso, per vedere in che cosa si incarnassero storicamente e fisicamente le fòrze in tal modo indi­cate come contrapposte* E ciò ha fatto a più riprese la Petrocchi, definendo innanzitutto il contrasto secondo ì classici termini di un rapporto Stato-società civile, e cercando quindi di attribuire a questo secondo termine un più preciso contenuto. Era una borghesia, una nuova borghesia composta di notabili prevalentemente cittadini (p. 381), raccolti soprattutto nei consigli provinciali, che si faceva innanzi per questa via. Solo che, viene osservato, la nuova borghesia, attraverso le istituzioni parlamentari, non si impadroni solo dell'amministrazione periferica, ma conquistò d'impeto, in pochi anni, anche le leve del potere centrale: e allora il meccanismo dei controlli, come sempre accade quando la Società prevale sullo Stato, servì al ceto economico dominante per consolidare il proprio predominio, impedendo che negli.enti locali autonomi si allacciassero ed organizzassero le espressioni di nuovi ceti (p. 108).
Il discorso meriterebbe qui di essere chiarito: tanto più quando se ne derivano conseguenze molto serie* e si dice che il sistema delle tutele centralizzate si sviluppò mag­giormente proprio nel momento in cui fu acquisita la vittoria della rivoluzione liberale: sotto questo profilo la legge del 1859 apparirà infatti ancor meno liberale di quella del 1848. In fondo, per avere autentiche autonomie locali, cioè poteri originari in grado di perfe­zionare alcuni atti amministrativi anche contro la volontà degli organi centrali, l'Italia dovrà attendere le Regioni a statuto speciale del 1946-48 (p. 108). Non riusciamo infatti, per un verso, a capire per intero che cosa l'Autrice intenda per ceto economico dominante avvantaggiato dai controlli di fronte a nuovi ceti, in un periodo in cui altre formazioni sociali consistenti, dopo quelli che altrove (p. 386) sono chiamati i ceti più fortunati de­gli operatori economici, imprenditori e affaristi, ancora non si intrawedono ascendere. E per altro verso vediamo usate qui e più avanti le nozioni di Stato, di burocrazia e di ceto dei burocrati professionali quasi come un'identità, fino a dare forse al primo di questi termini, nelle pagine conclusive del libro, un aspetto per così dire troppo antro­pomorfo. Alla invadenza degli interessi particolari , si dice per esempio in tali pagine, avrebbe potuto opporsi solo un ceto sufficientemente autonomo, [che] continuasse ad impersonare lo Stato e a difenderne la causa. La burocrazia piemontese di antico stampo militare, con il suo rozzo ma solidissimo senso del dovere, costituiva una casta abbastanza chiusa, solidale e consapevole della propria missione, ma ì suoi quadri esigui non ressero al processo di dilatazione imposto dalla dimensione del nuovo regno , ecc., sicché le leve dello Stato caddero definitivamente nelle mani della Società, diventando, anziché arma di difesa degli interessi generali contro i particolarismi, strumento di protezione dei privi­legi consolidati (p. 386). Dove le conclusioni sono convìncenti, in quanto fanno seguito a un'analisi svolta in dettaglio lungo vari capitoli sulla scorta della successiva legislazione fino alla legge Radazzi {e in ispecie, assai originalmente, rilevando il fenomeno di sempre crescenti con pati bili t à e confusioni in luogo di incompatibilità e distinzioni di fun­zione e di carica), ma dove a un certo punto la dimensione Stato sembra identificarsi, pre­cisamente, con la dimensione sociologica dei suoi amministratori.