Rassegna storica del Risorgimento

GUERRA MONDIALE 1914-1918
anno <1964>   pagina <82>
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Corrado De Biase
suoi scrìtti e discorsi, e, anche più- nei titoli vistosi degli articoli del suo giornale. Ma, nella sostanza, in quel momento il sovvertimento delle istituzioni vigenti era da Mussolini concepito e rappresentato come un semplice mezzo tattico o polemi­co, o, più specificamente, come un tentativo di intimidazione o una minaccia ò, fu detto anche, come una specie di ricatto , per spingere il Re e il Governo al­l'intervento. Un mezzo, che, non senza contraddizione o una certa ingenuità, veniva svalutato nell'atto stesso in cui si affermava di volerlo usare; infatti, Mussolini confessò e ripetè una seconda volta: Dire che noi faremo la rivolu­zione perchè l'Italia scenda in campo-, è prendere un impegno superiore alle nostre forze .x)
Egli impostò la parte più viva del suo discorso sopra l'ipotesi che la Monar­chia non decidesse l'intervento: Allora fatalmente si determinerà una situazione rivoluzionaria; i malcontenti sboccicrauno dovunque; quelli stessi ohe oggi sono neutralisti, quando si sentiranno umiliati nella loro qualità di uomini e di italiani, chiederanno conto ai poteri responsabili, ed allora sarà la nostra ora. Allora noi faremo la guerra. Allora noi diremo alle classi dominanti, alla monar­chia neutrale: voi ci avete mortificati nei nostri sentimenti, avete annientato le nostre aspirazioni. Il vostro compito primo era quello di integrare l'unità della patria voi non dovevate ignorarlo, ad ogni modo vi è stato segnalato da tutte le fra­zioni della democrazia, in particolar modo dal partito repubblicano. Sarà questo un processo che terminerà con la condanna certamente, condanna ohe non potrà non essere capitale .
Nell'adunanza dei Fasci alla quale, oltre ai seguaci di Mussolini, parte­ciparono socialisti indipendenti, repubblicani, sindacalisti, anarchici venne dedicata una particolare discussione al problema dell'irredentismo. Tutti so­stennero la necessità di tradurre in atto il principio di nazionalità. E la rivendi­cazione di Trento e di Trieste fu auspicata da più oratori, sia nell'interesse del socialismo, sia e più caldamente per il compimento dell'unità politica, per la difesa, per la libertà della nazione. *)
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Nella notissima lettera del parecchio , che comparve il 2 febbraio 1915, Giolitti ripetè il suo ammonimento, dichiarando, fra l'altro: Non credo sia lecito portare il paese alla guerra per un sentimentalismo verso altri popoli . La nuova esortazione dell'ex presidente del consiglio analoga, come la precedente, al sacro egoismo per l'Italia di Salandra non era del tutto op­portuna nel Febbraio 1915, dopo l'avanzato orientamento, non solo dei partiti de­mocratici, ma anche di quelli cosiddetti rivoluzionari interventisti, verso la con­cezione della guerra intesa a compiere l'impresa del Risorgimento; o, almeno, non era tanto opportuna, quanto era stata quella di Salandra nell'ottobre del 1914. Tuttavia il gesto di Giolitti a prescindere dalle critiche, anche molto vivaci, che furono mosse ad altre opinioni contenute nella lettera del parecchio
i) Il Popolo d'Italia* del 24 gennaio 1915, MUSSOMNJJ, I fuaci interventisti a rac­colta.
2) 12 Popolo d'Italia, del 25 gennaio. Il discorso di Benito Mussolini, su La situa­zione in ter nazionale.