Rassegna storica del Risorgimento

CLERO MANTOVA 1848-1849
anno <1964>   pagina <259>
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Il clero mantovano e i processi politici dell*Austria 259
ragione e non gli aforismi dottorali; minore l'erudizione, ma maggiore la scienza, estesa allo studio dell'economia e della filosofìa sociale..
La scienza, però, porta commisti i frutti del bene e del male: il suo amore, afferma don Tazzoli, può portare a divisamenti non convenienti al ministero sacerdotale, ministero di mitezza e di pace. Ma le circostanze hanno a ciò trascinati quei sacerdoti, in mezzo al consenso universale, tanto che fu più il caso che il tradimento a mettere i fili della congiura nelle mani delTau-torità. Non avrebbero potuto separarsi dal popolo, dalle istanze dei laici e potranno avere errato nei mezzi, non nei fini Ed è fuori dubbio che ma­teria priucipalissima di dette istanze è il principio di nazionalità.
Segue la lagnanza che gli Stati italiani siano separati da barriere che ostacolano le relazioni commerciali e personali nonché quelle intellettuali, spe­cialmente per opera degli arbitrii delle censure locali: il che è contro una tra­dizione, di liberale paternalismo, del tempo di Maria Teresa. La libertà di affer­mare e di stampare la propria opinione, anche intorno al regime della cosa pubblica, è un diritto naturale basato sulla giustizia, e bene a ragione il po­polo si lamentava e il clero poteva farsi interprete delle lagnanze, quando, a mezzo del potere politico o militare si infliggevano danni all'agricoltura, si favo­riva il monopolio sfruttatore nel commercio interno, non si davano le dovute garanzie nei processi, specie criminali, si favorivano, nei pubblici impieghi, persone di altra nazionalità. Tutte le lagnanze si riassumevano, in definitiva, in una: nel difetto di una costituzione, che frenasse soprattutto il quasi incon­trollato potere di polizia, specialmente quando vi era il sospetto di cospira­zioni o di rivolte.
Se noi per potestà che vien da Dio intendessimo la forza anche abusata, ci ridurremmo a quella passiva rassegnazione che mutila l'essere umano sof­focando la generosa indignazione contro l'ingiustizia che caratterizza invece la natura umana, che esige quella attiva resistenza che vale a respingere la violenza nelle vie delia giustizia.
Io obbedirò ai miei superiori anche se siano perversi, ma non quando impongano perversità, ricordandomi che fu detto esser meglio obbedire a Dio che agli nomini.
vero che la S. Sede inculca obbedienza passiva ai principi costituiti, ma la riverenza delle somme chiavi non mi terrà dal lamentare che come dagli eterodossi, così anche da questi preti che pur sono cattolici, non si faccia accu­rata distinzione della supremazia spirituale dei pontefici su tutta la Chiesa, dal dominio signorile che tengono da una parte d'Italia. Io non disputerò qui sulla convenienza o meno del regime temporale dei Papi; ma secondo lo spirito di educazione pubblica del clero veneto, è eretico Dante laddove gridai Ahi* Cosianiln, di quanto mal fu matre, non la tua conversione ma quella dote die da te prese il primo ricco Potrei [inf. 19).
ìsan sanno essi che contendendo la libertà di discussione su questo ponto meramente politico e facendo essi una sola e inseparabile cosa d'un sovrano e di un pastore, autorizzano l'errore di coloro che meno rispettano il supremo Gerarca della Chiesa per ciò solo che avversano il rege di Romagna. Basta: che io n'ho detto di troppo.
Veramente era di troppo, se si pensa al canone del Sillabo che tanti anni dopo si sarebbe pubblicato, ove è elencata, tra gli errori, la proposizione: l'a-