Rassegna storica del Risorgimento

MUSEO CIVICO <> DI COMO
anno <1964>   pagina <277>
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Libri e periodici 277
Angelo Volpe (1828-1913) appartenne fin da giovane a quella ristretta ma attiva srliicra di sacerdoti veneti che animati da spirito liberale parteciparono combattendo alla lotta per il riscatto nazionale (l'u a Venezia nel 1848-49), furono perseguitati dalle autorità austriache ed ecclesiastiche, assunsero coraggiosamente un atteggiamento anti-tcmpornlistico, per emigrare infine e cercare più rcspirahil aere nel nuovo Regno. Tra questi pochi anzi il Volpe assunse un ruolo responsabile e chiaro, per un momento centrale: e fu quando pubblicò il suo opuscolo sulla Questione romana, in cui a nome del clero del Veneto, costretto al silenzio sostenne che anche il pontefice e i vescovi, infal­libili nei supremi veri, sono soggetti ad errore, a passione, a straniere influenze, fin anche nella pratica applicazione degli stessi veri supremi. Ne e una prova il loro atteggiamento politico, che crede necessario alla Chiesa il potere temporale che è invece non solo inutile ad essa, ma anche dannoso. Il clero veneto (è sempre a suo nome che scrive il Volpe) ritiene dunque che, divenuta Roma capitale d'Italia, l'indipendenza della Chiesa ne risul­terà anziché scossa riaffermata, ed il potere civile hi garantirà meglio che in passato, in quanto lo Stato italiano non ha finora potuto concedere piena libertà alla Chiesa solo perciò che la perfida setta ne abuserebbe a danno d'Italia.
Tale presa di posizione del Volpe, sollecitata direttamente dal Cavalletto, suscitò notevole sensazione, consensi e dissensi: consensi da parte del clero liberale ed emigrato e del gruppo passagliano (tramite fra la redazione del Mediatore e il Comitato di Torino era il dalmata abate Agostino Antonio Grubissich), dissensi e opposizione specialmente da parte dell'alto clero, ma anche da parte di sacerdoti liberali che disapprovavano il linguaggio violento e virulento del Volpe. Nel Veneto poi i vescovi vollero che il clero dipendente protestasse in senso temporalistico e austriacante per le dichiarazioni fatte in suo nome, ma e fu cosa ancor più significativa non ottennero affatto l'unanimità, pur ricorrendo a pressioni, minacce e poi a punizioni.
Sull'atteggiamento del clero veneto nelle varie diocesi si sofferma particolarmente, con dovizia di documenti redatti dalle autorità politiche austriache, l'in troduzione del Briguglio, che all'argomento ha già dedicato altri pregevoli studi basati su materiale inedito. Ed egli può illustrarci l'opera di resistenza passiva o di coraggiosa opposizione allo straniero di tanti colti sacerdoti, appartenenti tutti al basso clero, mentre l'alto clero, se talvolta si scontra con l'autorità politica, si scontra per motivi di prestigio e di interpretazione del Concordato del 1855. Quanto però l'atteggiamento del clero veneto sia stato determinato dalle prese di posizione del clero emigrato e dalla propaganda del Comitato Centrale di Torino, è assai difficile determinare (e andrebbero studiate a fondo le carte dell'Emigrazione); si è trattato comunque di una corrente di opinione che ha ottenuto opposti risultati e si è irrigidita con la pubblicazione del Sillabo e poi con la liberazione del Veneto, che hanno posto al clero nuovi problemi.
Anche la posizione filosofica e politica del Cavalletto riguardo alla questione romana va studiata a fondo, poiché se si può accontentarsi per un primo momento della defi­nizione data dallo Scaramuzza, di teologofobia ci sembra che le postille apposte dal Cavalletto sui libri letti nelle carceri di Mantova e di Josephstadt (pubblicate dal Gain-barin su TI Risorgimento Italiano del 1912, fascicolo 11), le lettere del Cavalletto alla sorella, al libraio Sacchetto e al sacerdote Businaro (particolarmente sensibili al pro­blema), hi formazione e gli interessi culturali del Cavalletto (di cui ho cercato di dare un succinto profilo su Nova Historia di Verona, 1961, 1, pp. 52 segg.) ci additino interes­santi sviluppi e atteggiamenti diversi che soltanto nel periodo 185964 sembrano preva­lentemente rivolti a ottenere un risultato politico. Le stesse tendenze filo-francesi ohe il Briguglio crede di dover segnalare come una costante per ì laici liberal-moderati (e quindi pel Cavalletto) sembrano doversi restringere agli anni 1859-60, poiché in breve la fra­ternità d'armi lasciò il posto ad un più accurato calcolo politico (di cui ai hanno molti esempi nel Carteggio Cavalletto-Luciani). Qualche luce su questo particolare potrà venhe dalle lettere del Via al Cavallotto (da Parigi), dello quali è qui promessa la puIndi­cazione, ma più da quelle del Cavalletto stesso al Maluta (Archivio di Stato di Padova)
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