Rassegna storica del Risorgimento

MUSEO CIVICO <> DI COMO
anno <1964>   pagina <286>
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286 Libri e periodici
morie (forse, io penso, per gelosia), ma il eerto è che, in parte al Nigra, ma segnatamente al Pepoli ai deve l'esito sollecito e discretamente felice delle trattative, le quali per altro, corno scrive il Mori, si prestarono alle interpretazioni più svariate, dovute non solo ai singoli interessi, ma puranco alla brevità del testo, alla sua dizione non sempre precisa e, soprattutto, alla mancanza di esplicite dichiarazioni del fine cui la Convenzione tendeva. Ma ad essa compiutamente negativa fu la reazione della Santa Sede (e di qui propria-mente ha inizio il lavoro del Pini), la quale ebbe notizia del trattato quand'osso era di già universalmente noto e quando Pio IX era ormai sicuro (l'Antonelli fu perà sempre piut­tosto dubbioso) che le adunanze a Parigi, secondo le informazioni che ogni giorno trasmet­teva il Nunzio apostolico, per sopravvenuti contrasti eran state lasciate in abbandono. E solo il 21 settembre il ministro degli esteri francese consegnava all'ambasciatore a Roma, il conte de Sortiges, una nota da rimettere alla Curia romana e a Sua Santità, nella quale ai scusava del ritardo e si industriava di dimostrare, con capziosi ragionamenti, che della Convenzione nulla aveva da temere la Santa Sede, poiché alcune clausole, e in ispecie la 3a e la 4*, erano in suo favore. L'accoglienza dell'Antonelli fu gelida, ma Pio IX, con manifesta commozione, dapprima si rifiuta di leggerla, poi, rasserenatosi alquanto, di­chiara apertamente e con frasi spesso ironiche che alla difesa del territorio romano poteva provvedere, come di consueto, la stessa Curia, ma che assolutamente essa non avrebbe mai presi accordi di ordine politico e finanziario con il traballante governo piemontese, tanto più che nessunissima fiducia egli personalmente nutriva per le sue segnature . Però (aggiunse) era disposto in qualsiasi momento ad abboccarsi con Vittorio Emanuele II per la risoluzione di questioni strettamente religiose. Comunque nessuna deliberazione la Santa Sede avrebbe presa prima di essere a piena conoscenza delle opinioni sulla Convenzione non solo dei governi cattolici, ma anche di quella dei vescovi di tutto il mondo. E così la speranza invano accarezzata dello sfacelo improvviso del nuovo Regno italico o della disapprovazione del trattato del settembre da porte del Parlamento, ben presto sfumata, e le delusioni sopraggiunte di una garanzia collettiva delle nazioni catto­liche per salvare il potere territoriale della Chiesa finirono pei convincere l'Antonelli e il Pontefice che non v'era che un partito cui attenersi, e cioè di orientarsi verso la Francia (san parole dei Pini), dalla quale la Santa Sede poteva aspettare minor danno se non maggior profitto. Si giunse così, finalmente, attraverso però a molteplici diffi­coltà, ad un accomodamento con Parigi sulla formazione di un corpo di spedizione, ma di volontari di tutte le nazioni, e ben selezionati, pronti per sostituire a suo tempo le truppe napoleoniche, olle cui spese si sarebbe provveduto con lo stesso soldo del presidio pontificio.
Pochi mesi dopo il Pontefice, di sua iniziativa, molto probabilmente all'insaputa del suo stesso Segretario di Stato, compiva due atti, che diedero motivo a grande sorpresa in tutto il mondo anche non cattolico e in qualche nazione a grande turbamento; ma che non furono punto, come molti affermano ancora oggidì, un'esplicita risposta alla Conven­zione del settembre: e cioè, prima la pubblicazione l'8 dicembre del '64 dell'Enciclica Quanta cura e del connesso SiUabo con le 80 proposizioni di condanna di ogni progresso della civiltà moderna, che fu tutt'altro che cosa improvvisata, poiché da più anni vi avevano lavorato attorno ben 5 commissioni (come ci informa ora in un ottimo saggio il Martina), cui parteciparono teologi italiani, francesi e tedeschi e che segna il punto di partenza di quella restaurazione dottrinaria e disciplinare cui si stava proprio allora accingendo Pio IX e che avrà U suo epilogo nel Concilio del '70, nel quale trionferà com­piutamente il centralismo romano; e successivamente, nel marzo del '65, la lettera auto­grafa a Vittorio Emanuele II per provvedere concordemente alla vedovanza di tante sedi vescovili in Italia, lettera che irritò indubbiamente Napoleone, perchè ai vedeva messo in un canto, ma in ispccial modo le Corti di Vienna e di Spagna, ove trovavan rifugio i principi italiani spodestati e, a Roma, il partito nero e la Civiltà cattolica, come sap­piamo dal PIrri. Sorvoliamo sui particolari su cui si diffonde il Pira, e con acute osser­vazioni, della così detta missione Vogczzi, dal nomo dall'egregio magistrato inviato dal governo italiano a Roma per risolvere il problema della sedi vacanti e che si effettuò in