Rassegna storica del Risorgimento
GARIBALDI GIUSEPPE; ONORIFICIENZE
anno
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1964
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pagina
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367
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Il patriziato riminese a Giuseppe Garibaldi 367
zione, nou solo del generale, ma anche della sua discendenza al patriziati riminese. Un problema, peraltro, ohe è sempre da studiare nel senso della piena validità giuridica dell'aggregazione e della eventuale necessità, o meno, di superiori approvazioni governative (che non risultano mai, per questa epoca, salvo riconoscimeli ti io date successive) almeno dopo la costituzione del Regno d'Italia.
Certamente ripetiamo, ci troviamo di fronte agli ultimi conferimenti patriziati (1859-61) da parte di città italiane che avevano o vantavano ancora autonomia di poteri nei riguardi delle autorità governative centrali. U caso del patriziato di Pisa per il Cialdini, di San Leo per il Chiabrcra per il periodo avanti il 1870 sono abnormi, anche se hanno l'illustre precedente di Roma per il Cadorna. Ma Roma nel 1870, era stata annessa da pochi mesi mentre le altre due città erano state incorporate nel Regno sardo tra 1 1859 e il 1860. Ciò è tanto più interessante nei confronti delle città dello Stato pontificio, nelle quali si ha, in proposito, nell'Ottocento, una notevole espansione di questi conferimenti a persone benemerite delle città (come fu già mostrato neghi ampi studi pubblicati dal conte Carlo Augusto Bertini Frassoni nella Rivista Araldica, alcuni anni or sono) conferimenti che seguono antiche tradizioni medioevali.
Si tratta di città dell'Italia centrale e questa constatazione è interessante in quanto esse, a differenza forse delle città dell'Italia settentrionale (dove Fuso era ormai tramontato, anche se non si era estinto) conservarono a lungo sentimenti di nerezza per le tradizioni comunali, il che influiva anche sul desiderio di mantenere in vita e di accrescere una propria nobiltà. Negli ultimi mesi della loro autonomia, rimanevano ancora queste piccole manifestazioni di un particolarismo cittadino, che ha in sé un nobile significato.
Come già ho avuto occasione di scrivere altre volte, queste concessioni non sono interessanti soltanto sotto l'aspetto storico locale, ma significano che, ancora alla metà dell'Ottocento, vigeva pienamente il concetto che negli enti comunali rappresentativi cittadini risiedeva il potere di procedere autonomamente, al di sopra di interferenze governative, all'immissione onoraria al proprio tradizionale ceto patrizi ale o nobiltà civica, di elementi forestieri benemeriti verso la città, e indirettamente verso la nazione. Pertanto il patriziato locale era una prerogativa nobiliare diversa dalle altre titolature, che si riallacciavano a origini fendali o cortigiane o di ufficio da connettersi ai poteri sovrani, pubblici dell'Impero, delle monarchie, dei Comuni sovrani, dei principati. Questa forma di cooptazione, poi limitata alla semplice cittadinanza onoraria aveva avuto un notevole valore giuridico e Btorico in passato, ma, naturalmente, le nuove istituzioni politiche e i nuovi indirizzi sociali ed egualitari del secolo XIX, fatti propri dalle istituzioni del nuovo Regno d'Italia, avrebbero rapidamente fatto scomparire queste tradizioni.
Il patriziato riminese al generale Giuseppe Garibaldi concesso era puramente onorario secondo i vecchi precedei! ti in (pianto erano scomparsi gli antichi ordinamenti delle classi chiuse cittadine. Si era ormai, da tempo, superato il requisito della nascita o della lunga dimora e si mirava a favorire persone stra-