Rassegna storica del Risorgimento
DE CAPRARIIS VITTORIO
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1964
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422
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422 Libri e periodici
zione di tale progetto non poteva ovviamente essere ufficiale e doveva pertanto essere fatta dagli stessi Lombardi. Tra questi ultimi i più qualificati a farlo erano quelli appartenenti allo schieramento moderato, interprete di quel filone liberale che dal 1848 in poi era diventato sempre più filonazionale e filopiemontese; dispersi erano i mazziniani, soprattutto dopo il fallimento del moto del 6 febbraio '53; debole si manteneva l'influenza della Società Nazionale.
Nessun dubbio nutrivano i Lombardi, alla vigilia della liberazione della Lombardia sull'urgenza dell'unione politica al Piemonte, molte perplessità invece avevano sulla necessità dell'unificazione amministrativa. Scriveva in aprile Giuli ni a Massari che i due paesi hanno leggi, usi e tradizioni amministrative separate e distinte: [...] che le differenze sono gravi assai [...]. D'uopo è quindi per il momento lasciare in piedi l'edificio in tutta l'estensione, salvo poi, a pace fatta, di dar mano ad una vera ed intrinseca fusione (p. 293). Non diversa era l'opinione di Cavour, espressa a Giulini, quando questi fu chiamato a Torino per assumere ufficiosamente l'incarico di costituire la Commissione lombarda; disse Cavour infatti che riunendo la parte politica a quella del sovrano attuale, intendeva durante la guerra di lasciare in piedi la macchina amministrativa Lombarda e per intéro, o almeno tutto che si potesse conservare. A tempi più quieti si sarebbe poi studiato il modo di arrivare alla piena e completa fusione (p. 302). Nella prospettiva pertanto di non sovvertire completamente la macchina amministrativa , ma di modificarla parzialmente per adattarla alla fase di transizione, operò la Commissione lombarda. La scelta del presidente della Commissione cadde sul Giulini, in considerazione del suo rispettabile passato e delle sue capacità politiche ed intellettuali, ma ancor più del fatto che nessuno come lui conosceva la situazione lombarda. Fu il Giulini stesso a designare i suoi collaboratori e la scelta fu fatta tenendo conto della loro competenza specifica in materie amministrative, dell'opportunità di mescolare hi vecchia e la nuova emigrazione e di rappresentare pressocchè tutte le Provincie. La Commissione* che durò in carica dal 10 al 26 maggio, compì in breve tempo un lavoro preciso e meditato. Cavour del resto non aveva chiesto un programma di massime generali , ma un progetto di organizzazione politica e amministrativa strutturato in istituti giuridici ben definiti. L'attenzione che gli ambienti torinesi dedicarono a tale progetto è da attribuire sia alla preoccupazione di prevedere il più possibile i mutamenti futuri senza dare adito a improvvisazioni pericolose che avrebbero potuto ripetere il fenomeno municipalistico del '48, sia al rispetto per il vigente ordinamento lombardo di fronte al quale, diceva Cavour, II Piemonte [...] aveva più da imparare che da insegnare (p. 302), sia infine al carattere di priorità che l'organizzazione temporanea della Lombardia presentava nei confronti degli Stati dell'Italia centrale. Non che l'organizzazione di questi ultimi dovesse modellarsi su quella lombarda, perchè diverse erano le tradizioni e le situazioni locali, ma quanto fosse accaduto in Lombardia, nel periodo di transizione, soprattutto relativamente al comportamento dei Piemontesi come vincitori e all'adattamento degli istituti piemontesi a quelli lombardi, non poteva non interessare gli Stati dell'Italia centrale. Ed è giusto ricordare, come fa il Raponi (p. XXXIX), che l'organizzazione delle provincie modenesi e parmensi trarrà vantaggio se non esempio da quella lombarda; si può aggiungere inoltre che la Commissione, istituita da Farini il 29 novembre '59 per parificare gli istituti e gli ordinamenti delle Provincie emiliane allo Stato sardo, ebbe certamente presente l'operato della Commissione Giulini.
Secondo il progetto delift Commissione lombarda, tra gli istituti politici e amministrativi centrali e periferici vigenti sotto l'ammini strazione austriaca, si sarebbe senz'altro dovuto sopprimere la congregazione centrala, bugiarda immagine di rappresentazione del paese (p. 16), mentre gli altri uffici (consiglio di luogotenenza, delegazioni provinciali, commìsmrìati distrettuali, direzione generato di polizia, eommissuriati superiori di polizia delle provincie) sarebbero stati trasformati o modificati. A capo di tutti i rami della pubblica amministrazione sarebbe stato un governatore generale , rappresentante del governo sardo e ministro senza portafoglio presso il gabinetto torinese. Il nome di governatore. più accettabile di quello di commissario accenna all'unione politica, e [...]