Rassegna storica del Risorgimento
DE CAPRARIIS VITTORIO
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1964
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Libri e periodici
concludere che l'appoggio da essi dato solidamente all'unitarismo sabaudo dopo le prime impressionanti 'vittorie garibaldbio non fu di lede politica, ma di salvaguardia dei propri interessi. Ritornando ancora alla lotta sostenuta per la liberazione del Mezzogiorno dalla provincia di Trapani, estremo lembo insalare d'Italia, ricorderemo che non solo aristocratici e nobili e plebei e intellettuali, ma numerosi religiosi, secolari e regolari, di cui alcuni provenienti più e dal modesto proletariato, tra il '48 e il '60 accettarono senza viltà carcere e relegazione e torture, e, non di rado, anche la morte. Ne riportò nel Convegno nomi ed episodi Francesco Luigi Oddo in un'accurata e stimolante relazione su cui spiace (e Io diciamo con sincerità) non poterci trattenere per il solito già espresso motivo. Vogliamo però non tacere di un particolare di essa che, per noi almeno, ha un'importanza di primo piano, e cioè, che sacerdoti e frati del Trapanese affrontarono l'esilio e il martirio in favore delle sacrosante rivendicazioni del popolo oppresso non per istinto o per momentaneo entusiasmo, ma per intelligenza e riflessione critica dei problemi vivi del Risorgimento. Se non tutti, molti di essi avevano frequentato il seminario di Mazara, che specialmente dopo il '46 aveva riordinato sin dalle radici i programmi di studio e aveva rinnovato compiutamente il corpo insegnante, il quale associava, nella maggioranza (così il Gorleo, il Bianco, il Castelli, il Domingo), alle spiccate doti dell'ingegno una singolare audacia rivoluzionaria. Anche 11 pertanto (e ciò pare a me segnatamente rimarchevole) penetrò il soffio della cultura romantica e circolarono le opere del Rosmini, del Manzoni, del Tommaseo, dell'Azeglio, e anche li fu esaltato, per iniziativa indubbia del Corico, il pensiero del Vico, del Filangieri, del Genovesi e si sentì l'influsso dell'eclettismo e dello ontologismo. E diciamo anche lì, perchè invero* contrariamente al pregiudizio, corrente ancora oggidì, di un ristagno e di una chiusura provincialesca della vita intellettuale e morale nella Sicilia della seconda metà dell'Ottocento, essa fu tutta pervasa da un anelito nuovo di operosità non solo scientifica, ma cruditiva letteraria e creativa. Ne prese arditamente la difesa, al di fuori da ogni presupposto campanilistico, il citato professore Eugenio Di Carlo nella sua relazione dotta e luminosa, nella quale egli dimostrò con la migliore positività che a partire su per giù dal '30 e sino a tutto il '60 l'Isola non rimase per nulla tagliata fuori dalle piò significative manifestazioni culturali della penisola, anche se da essa politicamente divisa, né fu punto (altro errore tuttora assai diffuso) imbevuta di regionalismo nel senso proprio della parola, da non confondersi con il regionalismo politico. Anzi (così asserisce l'A.) di un movimento letterario della Sicilia avulso in detto periodo da quello svoltosi in terra ferma non è lecito parlare. Certamente vi fiorì ancora il classicismo, che in Sicilia aveva avuto una antica tradizione, ma rappresentanti non spregevoli ebbe pure il romanticismo, che cantò l'amore e la natura con semplicità e chia-rezza espressive senza nulla di nordico o di sdolcinato, e con versi, spesso forti e infiammati, incitò ì conterranei a impugnar le armi contro l'odiata monarchia. E anche gli studi filologici e la economia e le legislazioni comparate e, particolarmente, la filosofia furono coltivati con onore e per lo più (è un argomento codesto, a mio debole avviso, che abbisognerebbe ancora di un esame approfondito) in armonia con il rinnovato movimento del secolo in Italia e in Europa. Ma nella storiografia più che in ogni altro genere letterario la Sicilia ottocentesca lasciò tracce indelebili: le opere, ad esempio, di Michele Amari godono tuttora di una rinomanza europea*
Nel Convegno si è parlato pure del generale Stefano Turr, il cui nome è collegato con hi leggendaria impresa dei Mule. Ne trattò in molte pagine sorrette da attestazioni validissime l'esule magiaro Stefano Madras. Di esse degne in ispecie di segnalazioni paiono a noi quello che narrano la vita avventurosa dell'intrepido combattente, dall'animo ardente ma profondamente buono, dal 19 gennaio 1849, quando passò il Ticino, alla battaglia nel '59 dei Tre Ponti presso Brescia, nella quale fu gravemente ferito (e delle ferite non era ancora compiutamente guarito nel '60): anni intercalati da attive partecipazioni a rivolte e a cospirazioni con prigionie e processi e condanna a morte, quella del '53 (dopo la guerra di Crimea), da cui si salvò per l'autorevole intervento dell'Iugbilicrru. Pagine ebe dovrebbero meglio conoscere i profani per comprendere perchè Garibaldi lo volle con sé nella spedizione dei Mille e, purtitu da Quarto, sul bordo della nave lo nominò