Rassegna storica del Risorgimento
BIBLIOTECHE ; ROMA
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1919
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Becenhni
a cancellare e che anche presentemente costituiscono il suo diploma di nobiltà e la sua gloria.
Non fu senza fiera resistenza e senza epiche lotte che Roma lasciò in mano dei barbari il suo confine orientale, e soltanto allora che la sacra cinta delle Alpi Giulie fu rotta e sorpassata, conobbe essa il suo fato.
Con la calata dei Longobardi (568 d. G.) afferma il Savini che apparirono per la prima volta nella regione Giulia gli Slavi, gente rozza e crudele, tenuta a vile dai Longobardi stessi, come più tardi dai signorotti feudali, e adibita a opere servili e ai più duri lavori dei campi. L'infiltrazione continuò sotto i Carolingi, ma meno violenta e con minor danno quindi delle popolazioni indigene, stanziandosi i nuovi venuti di preferenza nelle parti montuose del territorio e nelle campagne lontane dai centri civili.
Ed è a notarsi, osserva l'autore, che nessuna fusione avvenne, né allora, né dopo, fra l'elemento latino e lo slavo, per la sostanziale differenza tra essi o forse anche per un naturale istinto di diffidenza reciproca che li teneva l'un dall'altro lontani.
Né mutarouo le cose sotto il dominio della Serenissima, i cui provveditori nelle annuali relazioni al Senato parlavano spesso dell'odio delle popolazioni più colte contro i barbari rustici rappresentati come ignoranti, superstiziosi e dediti alla crapula.
Fu soltanto dopo la caduta della Repubblica e il passaggio della regione Giulia sotto il dominio austriaco, che gli Slavi da una condizione d'inferiorità, da essi stessi riconosciuta, passarono gradatamente, sotto la spinta del governo che ne favoriva la selvaggia natura e ne aizzava gli istinti, ad assumere quell'atteggiamento di prepotenza e di padronanza, di cui abbini o ed abbiamo pur troppo ancor oggi dolorosissimi saggi.
La parte più notevole e più nuova del libro, a cui il prof. Savini dedica un centinaio circa di pagine, dense di fatti, di osservazioni, di prove e di critica acuta e geniale, senza dubbio quella che si riferisce alla toponomastica della regione, da lui passionatamente studiata negli archivi, negli atti dei notai, nelle tradizioni, negli antichissimi testi e nei moderni, ma sopra tutto nelle indagini personalmente condotte nei diversi paesi, dei quali conosce a fondo la storia e le diverse parlate.
Riassumere anche brevemente le dotte sue argomentazioni e le stringenti conclusioni a cui giunge per dimostrare come la maggior parte della toponomastica della Venezia Giulia sia stata barbaramente e violentemente stuprata e falsificata nei corso dei secoli, è compito che sorpassa le proporzioni di un articolo di rivista; basta accennarne