Rassegna storica del Risorgimento

BIBLIOTECHE ; ROMA
anno <1919>   pagina <214>
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Becenhni
a cancellare e che anche presentemente costituiscono il suo diploma di nobiltà e la sua gloria.
Non fu senza fiera resistenza e senza epiche lotte che Roma lasciò in mano dei barbari il suo confine orientale, e soltanto allora che la sacra cinta delle Alpi Giulie fu rotta e sorpassata, conobbe essa il suo fato.
Con la calata dei Longobardi (568 d. G.) afferma il Savini che apparirono per la prima volta nella regione Giulia gli Slavi, gente rozza e crudele, tenuta a vile dai Longobardi stessi, come più tardi dai signorotti feudali, e adibita a opere servili e ai più duri lavori dei campi. L'infiltrazione continuò sotto i Carolingi, ma meno vio­lenta e con minor danno quindi delle popolazioni indigene, stanzian­dosi i nuovi venuti di preferenza nelle parti montuose del territorio e nelle campagne lontane dai centri civili.
Ed è a notarsi, osserva l'autore, che nessuna fusione avvenne, né allora, né dopo, fra l'elemento latino e lo slavo, per la sostanziale dif­ferenza tra essi o forse anche per un naturale istinto di diffidenza reciproca che li teneva l'un dall'altro lontani.
Né mutarouo le cose sotto il dominio della Serenissima, i cui provveditori nelle annuali relazioni al Senato parlavano spesso del­l'odio delle popolazioni più colte contro i barbari rustici rappresen­tati come ignoranti, superstiziosi e dediti alla crapula.
Fu soltanto dopo la caduta della Repubblica e il passaggio della regione Giulia sotto il dominio austriaco, che gli Slavi da una con­dizione d'inferiorità, da essi stessi riconosciuta, passarono gradata­mente, sotto la spinta del governo che ne favoriva la selvaggia na­tura e ne aizzava gli istinti, ad assumere quell'atteggiamento di prepotenza e di padronanza, di cui abbini o ed abbiamo pur troppo ancor oggi dolorosissimi saggi.
La parte più notevole e più nuova del libro, a cui il prof. Savini dedica un centinaio circa di pagine, dense di fatti, di osservazioni, di prove e di critica acuta e geniale, senza dubbio quella che si riferisce alla toponomastica della regione, da lui passionatamente stu­diata negli archivi, negli atti dei notai, nelle tradizioni, negli anti­chissimi testi e nei moderni, ma sopra tutto nelle indagini personal­mente condotte nei diversi paesi, dei quali conosce a fondo la storia e le diverse parlate.
Riassumere anche brevemente le dotte sue argomentazioni e le stringenti conclusioni a cui giunge per dimostrare come la maggior parte della toponomastica della Venezia Giulia sia stata barbaramente e violentemente stuprata e falsificata nei corso dei secoli, è compito che sorpassa le proporzioni di un articolo di rivista; basta accennarne